venerdì 26 novembre 2010

La diceria dell'untore

“Era veramente divenuto un gioco, alla Rocca, volere o disvolere morire..”  i malati di tubercolosi hanno una probabilità su tre di sopravvivere, l’indovinello dei cappelli, tre bianchi, due neri, tre persone bendate sceglieranno un cappello ciascuno, poi in base all’osservazione del cappello altrui si salverà chi saprà dedurre il colore del proprio. in linea di principio è salvo solo chi vede due cappelli neri. i primi due rinunciano , vengono uccisi. l’ultimo a questo punto ha la certezza che il suo cappello è bianco. infatti se fosse stato nero il secondo avrebbe capito di non poter avere esso stesso un cappello di quel colore, altrimenti il primo avrebbe avuto la certezza di indossare un cappello bianco, e così si sarebbe salvato. è solo grazie alla morte dei primi due che il terzo riesce a salvarsi. e se non l’avete capito fatevi un disegno. e non è un vero e proprio sacrificio, perchè il primi due non possono scegliere. gli attori prendono fiato ad ogni parola. la morte balla con loro, o forse è la vita, o forse è l’amore. il primo livello è il limbo del sanatorio, il secondo livello, la città. travestirsi da vivi per scendere a Palermo, fuggire nelle campagne, fra processioni di   contadini e santi, e il rosso nei fazzoletti pieni di tosse, nelle scene dei film visti da bambino, nascosti di fretta in tasca, prima che uno sguardo compassionevole e preoccupato li intercettasse. Di solito prima o poi nei film succedeva sempre. la verità è che in tutti questi millenni di guerre e sconvolgimenti non c’è un solo evento paragonabile per importanza  alla piccola catastrofe della mia morte. un giorno cercherò le parole precise. che scorrono come poesia o musica, nel momento in cui la disattenzione ne uccide il significato diretto, un treno che uscito dai binari continua il percorso, danzando. la scalinata unisce il cielo con l’inferno, sangue di radici colate che crescono rami spogli. sventoleremo le nostre radiografie per morire poi di dolore essendoci scrutati fino all’interno, e averci scorto il cupo male bianco. le terremo nascoste sotto il cuscino come una foto nel portafogli scattata su una cabina alla stazione di Firenze, che nel secondo scatto tu hai il sorriso più bello. i capelli corti del disonore, i sogni da ballerina, le notti a parlare da sola a far la guardia a un casello di campagna, fra giochi inventati e racconti, sul vomito dei vagoni e i frammenti di giornale, il presente come cruna di un ago, in cui il futuro penetra nel passato, e non mi importa di quant’eri bella da giovane, e non mi importa di leggere i documenti sulla tua vera storia, le tue menzogne ricamate, ritrattate per gioco o per gioco inventate. amo le tue guance scavate, i tuoi balli sfiniti, i capelli che ti sono ricresciuti, la morte nella tua bocca e le ultime urla di vita che si spengono nei tuoi occhi. e allora nasconditi in camera senza muoverti dal letto, coi vestiti e i trucchi nell’armadio per non mentirti più. oppure fuggiamo, per ritardare l’ora della separazione, lontano in corse d’automobili a raccontarti la mia vita e la mia terra. La morte ti prenderà comunque, in un ultima esplosione di febbre. e io invece sarò salvo. in questo capriccio di Dio, questo gioco per placare la sua solitudine, o la nostra. verrò dimesso dalla Rocca, e  guarito ritornerò fra i vivi. 

martedì 23 novembre 2010

Abito

L’abitudine dovrebbe essere al massimo una consolazione, non un alibi. I colpi sul muro. Fuori da ogni ritmo. I sogni sempre più nitidi, tirar su la tapparella e aprirsi al buio, perchè allo stesso tempo una tovaglia a fiori cade giù, celeste scuro. Sul balcone l’orizzonte oscurato dalle nuvole buie, o fumo di vulcani islandesi, e un cerchio di luce, il faro di un elicottero che atterra in cortile senza il vento normalmente incluso o il salvataggio dell’economia irlandese mentre sceglie se declassare lo stato sociale o aumentare la tassa sulle aziende come quando è caduto l’appendi abiti e mi s’è stretto il cuore, che rimandasse forse a un qualche dolore travestito di metafora, ti prego non farlo di nuovo, ho preso le felpe e le ho spostate sull’armadio. Quando cado io è una liberazione. Invece  se cade qualcos’altro. E osservare attentamente è come correre invece di camminare, ci perdiamo i piani alti dei palazzi, i balconi eleganti e la gente che addobba gli alberi di natale come suggerito dalle pubblicità previdenti. Dove finiscono queste immagini, ci sarà un limite all’ingombro di particolari di cui si coronano le idee e le forme, o continua ad aver senso, giorno dopo giorno, collezionare tavoli mentali ed arredamenti componibili per abitare i proprio luoghi di riflessione, interruzioni intermittenti nella quotidiana epopea di disattenzione e disconsapevolezza. mi distraggo quindi sono. non posso essere presente di continuo, devo uscire, devo prendermi pause di deriflessione, devo perdermi altrimenti mi stanco, torno presto, tanto so bene cosa fare anche senza di me, sono abituato, sono involontario, la normalità stessa è frutto della selezione naturale, sopravvivono e si tramandano i più adatti a sopravvivere, evidentemente una telefonata allunga la vita, e anche l’iterazione pubblicitaria, la metodicità autosufficiente desensualizzata, come sarebbe straziante gestire e ogni singolo respiro, come sarebbe noioso supervisionare ogni minima azione, l’abitudine è il vantaggio di aver più tempo per pensare, non una  scusa per non aver bisogno di farlo.

sabato 23 ottobre 2010

Rischio morale




Le buste della spesa ormai si lacerano tutte. Incuranti del sempre più allarmante problema dello scioglimento sistematico dei surgelati. E non so neanche se avrò voglia sta sera di incontrarti al compleanno dei nostri bambini. Cercare le tue scarpe piegato a gattoni mentre raccolgo i tasselli verdi delle costruzioni che sono scivolati sotto l’armadio. Far finta di essermi incastrato il braccio con la mano sepolta nel buio, che magari ha paura di star li e per distrarsi inizia a tamburellare il pavimento morbido di gomitoli di polvere. Mantenere una posizione consona e insospettabile col resto del corpo cercando eventuali corrispondenze con la parola “comodità”. E poi ho sentito la tua mano abbracciarmi le dita, tirarmi dal buio per trascinarmi in quel rifugio infantile. Ho sbattuto la fronte sul legno che l’ultima volta non avevo avuto bisogno di chinarla, l’ultima volta non avevo dovuto schiacciarmi contro il pavimento claustrofobico, con la maglietta che si arricciava e il freddo a calpestare la pancia. Quando è passato anche il sedere tu continuavi a tirare con forza e mi sono ritrovato a darti una testata. C’erano solo le nostre teste giganti appoggiate sul dorso delle mani a scambiarsi respiri d’aria sempre più rarefatta. La luce si fermava alla guancia sinistra, come un profilo dei disegni all’asilo, con le mani che erano dita convergenti e i capelli che si potevano anche contare, gli stessi che un giorno avevamo confrontato, per capire quanto lontano nel passato si fosse spinto il nostro complice disaccordo. Ti ho detto che prima di uscire avremo raccolto tutti i segreti che erano spariti la sotto. Quelli che si erano salvati dall’aspirapolvere. Quello che avevamo perso senza sapere dove, rotolato in quegli angoli che finché te ne stai fuori non riesci ad arrivarci. Tu avresti trovato una caramella allo zucchero, una moneta da 100 lire e un Ovetto Kinder-sorpesa che avevi buttato piangendo perché scuotendolo ti era sembrato che ci fosse un regalo di quelli che non si costruiscono, io una macchinina blu senza una ruota un bottone da occhi di pupazzo di neve. E te ne sei accorta che avevo nascosto qualcosa in tasca. E mi hai tirato per i capelli per parlarmi all’orecchio. E allora ho tirato fuori un ammasso di pongo schiacciato, che non si riconosceva più il soggetto originale, l’ho preso e l’ho  premuto contro il bordo, come le gomme sotto i banchi di scuola. 

giovedì 21 ottobre 2010

Per fortuna non ci si sposa più per corrispondenza



In televisione hanno detto che è un mese che sei partita. però io la televisione non la guardo. Sono passato qualche volta dalle parti di casa tua, ma tu non c’eri, e allora ho deciso di fregarmene dei sensi di circolazione vietati. Divieti senza motivo aggiungo. E’ come quando accendono i riscaldamenti, che sembra una vita ad attenderli nel freddo dei risvegli precoci, che sia inverno da sempre e che tu te ne stia altrove da sempre. Novunque. Dove c’era casa tua adesso c’è un ascensore gigante, l’hanno costruito per evitare tutte quelle strane disarmoniche scale e quelle porte che conducevano soltanto a un altro corridoio e accrescevano solo l’intimità dell’ingresso. allora ho pensato che un giorno progetterò una casa senza scale, in cui ogni stanza è un gradino più in alto delle altre e per arrivare in cima devi attraversare tutto l’edificio metterti le pattine all’entrata. Nel posto in cui ci siamo salutati non ci sono più andato, perché questa stanza ha sempre più pareti e sempre meno vicini, e così almeno posso recitare Amleto allo specchio senza abbassare la voce o sentirmi in imbarazzo o intercettare conversazioni telefoniche e litigi che poi si sarebbero rivelati dibattiti politici. Alla finestra c’è il solito pezzo di cielo, dicono che bisogna sempre fare in modo di avercelo un pezzo di cielo, alla finestra e io sono contento perché molto spesso è un ritaglio sereno, indispettito e distante da quello che succede alle altre finestre. E vorrei averceli anche io i prati verde saturazione digitale. Non ho più fatto una foto ne tagliato i capelli, però cucino spesso, suono soltanto in sala prove e quando attraverso la seconda uscita di una rotonda ho qualche brivido e rido. Qua di notte in montagna partono autobus dall’Inghilterra con le tue compagne d’università. Però una signora con i modi spocchiosi mi ha assolutamente detto che a Milano non fermano.  Qua molta gente si annoia e io vorrei solo impedirlo, ma con intromissioni discrete perché gli specialisti ci hanno spiegato che urlare nelle orecchie di una persona che dorme può essere traumatico e dovremo limitarci ad alzare lentamente le serrande a sorridere del tremito al di sotto delle palpebre, sorrisi casualmente accennati nelle infinitesime alterazioni involontarie della bocca. Nel frattempo sto gradualmente provando un campionario dimostrativo di vecchiaia, questa settimana ci hanno proposto un tenue mal di schiena, per la prossima settimana ci hanno già spedito un pacco con degli occhiali, perché per leggere ne avremo bisogno. A volte vorrei parlarti di te, del tuo arrivo all’ aeroporto che c’ero io a non-aspettarti con un’insegna gigante e una scatola di cartellini adesivi per dare un nome a tutte le cose nuove che ti trovavi davanti che è poi come uscire dopo il primo giorno in classe e averci in testa una massa di visi tutti uguali a parte il ragazzo che in mezzo alla lezione si è  alzato per fare una domanda su un libro di testo e tu hai notato che nel punto in cui i capelli spettinati cadevano sulle orecchie c’era un ricordo di qualche anno prima e ti sei affrettata per recuperarlo prima che la domanda fosse finita del tutto. Adesso che tutti hanno una faccia diversa ti saresti preoccupata di staccare i cartellini e me li avresti spediti. Io ci avrei costruito una geografia del tuo mondo su una delle pareti libere, però prima avrei controllato se l’adesivo si fosse portato via anche qualcos’altro. sarebbe stata una ricostruzione migliore. Qui la geografia cambia ogni giorno. Nell’appartamento vicino stanno ancora facendo i lavori, ma sono meno rumorosi del solito, forse imbiancano. I luoghi cambiano di significato e sotto a un mercato capita anche di trovarci un teatro nascosto. Io ogni giorno mangio una briciola di pane per averci almeno la percezione di poter sempre trovare la strada del ritorno. Un ritorno qualsiasi.

Tu forse non ti perdi più.

giovedì 30 settembre 2010

Questa volta si capisce che sei tu

E vorrei chiamarti a volte. Anche solo per parlarti all’orecchio, senza che tu dica nulla in un monologo o un soliloquio a seconda che la definizione sia quella giusta, sia quella in cui un ascoltatore da qualche parte è pur presente in scena, anche se non può parlare perché non ha uno spazio proprio dove poterlo fare. Raccontare di quando mi piace sentirmi chiamare al supermercato, che invece è una mamma chiama il suo bambino, che prima mangiava e rideva un pezzo di parmigiano. E dell’altro giorno quando appena arrivati all’agriturismo, nella vecchia stanza di un mulino, un gruppo di anziani pranzava in fondo alla sala davanti a una tv parlando di racconti partigiani che a fargli una foto sembrava una piccola scena domestica privata. E cercarti su google, riempire il campo “simile a” e “nelle vicinanze di” e ricevere come risposta “forse stavi cercando: la solitudine al 50% di sconto” e averti fatto sorridere davvero almeno una volta, senza l’utilizzo di programmi di fotoritocco. E sciogliersi in elenchi di proposizioni rette da un infinito presente solo per esercitarsi nello stile delle centrali elettriche, scrivere a carattere 72 per non farsi influenzare da nulla che non siano le dieci parole scritte in precedenza. In quei giorni andava di moda farsi un bicchiere di caffè doppio da consumare durante la giornata per averci gli occhi giganti e il cuore acceso e niente di completamente immobile in corpo. Confessarti ridendo di non aver mai conosciuto una persona che se la prende per motivi così scemi, e quanto questo sia riuscito a limare nel tempo la mia fottuta apprensione da neo-genitore-pre-pensionato. Amare così tanto gli scrittori francesi da volerne imparare la lingua. E che la prima cosa che insegnano di una lingua sono i numeri. Come se davvero fosse poi così importante quantificare. Come se poi fosse davvero importante salutare François o un suo amico biondo. Se poi davvero fosse utile rimanersene chiusi in casa a comprimere lo spazio dando una maggiore importanza voluttuosa al tempo. Farsi bastare una tovaglia piegata in quattro e appassionarsi in pareri non richiesti sulla possibilità di parcheggi in divieto di sosta. Siccome sono troppo scrupoloso per rubare un cartello stradale e macchiarmi di un qualche crimine federale un giorno ne compro uno e lo appendo in camera. Progettare messaggi di auguri per la nuova casa. Inviti a soffermarsi su ogni quadrato di muro, ogni mensola vuota. In attesa che durante l’anno si riempia gradualmente improvvisa di senso e di storia e di ricordi. Parlarti dei progetti di sconvolgimenti letterari, di tecniche ai limiti della comprensione coadiuvate da crolli grammaticali ed elisioni sintagmatiche. Oltre Giacomo della gioia o della signora Lupo. Che a volte la finestra sul retro si affaccia sull’unico pezzo di città sereno, che sono lontano come Parigi, anche se ancora non ho mai visto Londra. Dei miei disordini architettonici infantili di cuscini e coperte. Capire perché lo facevamo. Capire perché lo facciamo ancora, e con materiali metaforicamente diversi. Imparare ad abbracciare gli oggetti convessi senza anchilosarsi una caviglia e senza schiacciare troppo il volto contro il vetro sporcandolo di respiri caldi e curiosità. E i paradossi stoici sul divenire dei conigli parlanti. E i libri consigliati da attori balbuzienti, ciechi ed obesi. E gli esercizi di stile con cui riproporrò le mie stesse parole cambiando tutto ciò che le circonda. Che poi forse metà della comunicazione dipende da quello, e l’altra metà dal tipo di scarpe che indossi. Tu ascolteresti tutto ciò. Intervallando i miei silenzi parlando dei compiti di matematica di due anni fa’. Tirando su col naso o colpi di tosse solo per disturbare i miei film mentali. Masticando uva bianca prima che anch’essa diventi fuori stagione.

IO NEI RACCONTI NON BEVO MAI

Grazie M.P.

La linea gialla delimitava l’area che ospitava i bagni alla turca, per favore mantenere la distanza in modo da agevolare le operazioni e mantenere una certa composta discrezione e io non l’avevo mai visto un cartello dilungarsi in questo modo, ci mancavano solo i commenti poco sarcastici di un indelebile blu a completare il romanzo a puntate come note posticce a piedi pagina. Mi ricordò non troppo fantasiosamente in un naufragio di lucidità l’immagine di un ipotetico indomani mattina ad abbracciare le valige flosce di oggetti dimenticati a casa fino a sollevarle all’altezza degli scalini del vagone 7, un vagone a caso, li dove il treno si fermava ad interrompere le mie solite divagazioni estemporanee sui balconi dei palazzi di fronte in cui cercavo di scorgere una linea di interpretazione momentanea che mi offrisse uno sguardo immaginifico sugli ipotetici abitatori, sempre che non me li trovassi di fronte a stendere il bucato in canottiera a materializzare ogni dubbio o sempre che non mi trovassi un orizzonte di aperta campagna in cui non mi restava che sbriciolare ogni mia mania deduttivo-indagativa e riqualificare il senso stesso del mio ricordo-proiezione futuro:  oltrepasso la linea ormai morsi e sbavature ma solo perché da li ho una visione completa sul disordine dei lavandini, dev’essermi caduto qualcosa dalla tasca mentre tiravo fuori il fazzoletto, mentre mi asciugavo il viso appena lavato, mentre mi accorgevo che l’asciugatore era guasto, mentre richiudevo il rubinetto con tiepidi movimenti igienici, mentre mi tiravo acqua in viso per recuperare ore di sonno inesistenti e un po’ di credibilità di fronte all’immagine che andavo distinguendo di fronte a me e anche di fronte al tizio che era appena uscito dal bagno che sembrava essersi liberatamente rifiutato di lavarsi le mani più per evitare la mia vicinanza che per pigrizia o diseducazione, si che magari se mi sistemo decentemente quello ritorna ed ovvia alla sua inottemperanza (con questa parola l’autore ci proietta nel campo esperienziale dei cartelli onnipresenti nelle aree di interscambio fra un vagone e l’altro, sempre l’indomani mattina, sempre abbracciando le valige mentre mentalmente sbraita un’espressione molto disinvolta e col piede tenta di aprire una porta strettissima che divaricherà facendo perno con la schiena gettandosi verso un futuro migliore in un vagone presumibilmente privo di suonatori di fisarmonica o di camminatori coi calzini al vento) insomma il mio fabbisogno paranoico giornaliero evidentemente non pienamente appagato esige che io sia immotivatamente convinto che qualcosa di importante mi sia caduto dalla tasca. Questo per la semplice constatazione ordinaria che nelle tasche frontali non abbia nulla escludendo un paio di scontrini regrediti al livello di palline indecifrabili. Dai bagni un odore di stazione, di pozze sospette da sottopassaggio, dei lunghi passi fatti per evitarle e salti indomiti delle valigie a carico. Quando mi abbasso fa ancora tutto più schifo, mi piego per sondare il pavimento di pedate e impronte e scarpe, come se ci fosse del fango, come se non fossimo in pieno centro ma in un bar piovoso con ingresso sterrato e tanto di giornali sul pavimento d’ingresso che nessuno sembra dargli molta importanza, fatta esclusione del tipo profondamente colpito dall’articolo estivo sull’incipiente siccità che sosta ebete per qualche secondo prima di accorgersi che la data è di sei anni prima, e lui sei anni prima era da tutt’altra parte, e a far riaffiorare i ricordi finisce per rimanere in quella posizione, ebete, finché qualcuno da dentro non caccia un urlo perché sarebbe anche il caso di chiudere la porta che fa freddo. Io dalla porta dietro di me sento degli evidenti spasmi di cedimento gastroenterico. E quando mi volto capisco il motivo della linea gialla, che le porte sono devastate da chissà quale rissa o gesto immotivato, o forse è solo legno marcio con le sue crepe di morsi, legno laccato di grigio come le porte di una scuola, o quelle di un bagno pubblico. E‘ lei dentro piegata a inghiottire fuori il disordine umorale interiore. E’ lei che mi fa dubitare di essere entrato nel bagno giusto. E non sarei comunque l’unico ad aver sbagliato, io almeno mi sono lavato le mani, e comunque sulla destra ci sono gli orinatoi quindi signorina mi dispiace molto ma E’ lei che è pregata cortesemente di spostarsi nel locale accanto dove potrà proseguire in piena libertà il suo rigurgito fisiologico. E’ lei di cui riesco a distinguere solo i capelli, e le mani aggrappate alla tavoletta alzata, e al termine di una parentesi igienistica in cui un documentario mostra tramite una grafica sovraesposta l’evolversi esponenziale di una popolazione di batteri dal nome in latino, e di uno spezzone di filmato in cui prima di far utilizzare il mio bagno do una passata veloce con lo spray disinfettante, mi soffermo su quelle mani, che normalmente sono l’ultima cosa che guardo in una persona a meno che non soffrano di un’eccessiva sudorazione, e penso che un’ipotetica persona che a un’ipotetica domanda sulla parte del corpo che per prima guarda in una donna risponda “le mani” (al terzo posto dopo occhi e scarpe secondo un recente sondaggio) quelle mani li, con quello smalto e le dita che nel mio vocabolario interiore vengono immediatamente inserite come foto mancante alla voce “affusolato” benché cosparse di batteri prolificantisi. Insomma quelle mani li  dovrebbero piacere. Per la gioia di chi al secondo posto ha scelto “le scarpe” dovrei piegarmi a guardare sotto, li dove finisce la porta, ma non mi sembra molto educato e allora torno discretamente al lavandino, riprendendo a lavarmi le mani, riprendendo da dove ero rimasto, aspettandomi di vederla uscire dallo specchio, in un biancore sconvolto, chiedere scusa ai presenti, che poi sarei io, e avvicinarsi al rubinetto a sciacquarsi colpevolmente timida la bocca, stupendosi ma senza esagerare del trucco colato dalla frangetta disarmonica. Invece dopo qualche minuto di temporeggiamento: variazioni sul tema, la sua voce “senti io non lo so che razza di merda hai toccato ma secondo me adesso le mani le hai pulite quindi passami qualche metro di carta per pulirmi e graziosamente evita di guardarmi quando esco, che se mi faccio schifo voglio essere la prima a pensarlo”. Io la prima cosa che guardo in una donna è la voce (5,2% degli uomini, dati alla mano) quindi quando chiudo gli occhi e le passo una palla arrotolata di carta potrei esserne praticamente già innamorato. Come in una scena di un film presumibilmente girato da Antonioni lei adesso parla con la mia nuca riflessa nello specchio mentre io le do le spalle e frugando nelle tasche nervosamente finisco per ricordarmi che stavo cercando qualcosa.  E mentre dentro di se riflette sul fatto che in un film presumibilmente girato da Antonioni io dovrei somigliare un po’ di più ad Alain Delon mi tira su un discorso strano sul fatto che non devo prenderla per una persona superficiale, che in realtà lei negli ultimi tempi  beve solo per vomitare,per quella liberazione dolorosa e incontenibile, per i cinque minuti di lucidità che sta passando ora, per il buco nello stomaco, per il dolore sotto le mascelle provocato dalla tensione muscolare, per la gola acida di sputi, perché con quel gesto si svuota metaforicamente di tutto quello che si tiene dentro, è come URLARE mi dice, mi dice che in fondo ognuno ha il suo grido di disapprovazione, mi dice che si chiama Valentina, mi dice che non potrebbe sopportare l’idea di cacciarsi un dito in gola, mi dice che non potrebbe sopportare l’idea di urlare davvero, magari in faccia a qualcuno e magari ferirlo, col solo scopo di sfogarsi. Mi dice che adesso è serena e che il gruppo che ha suonato sta sera non riusciva neanche a sentirlo. Mi dice che adesso è serena anche con un po’ di mal di testa e la stanchezza dovunque “mi succede al massimo una volta al mese, di solito prima di ritornarmene a casa dai miei, così evito di portarmi dietro pesi inutili”.  Gli dico che è il motivo meno stupido che ho sentito fin’ora, fra i motivi per cui bere. Che è molto meno stupido del motivo per cui io sta sera non ho toccato Alcool  ed “è molto meno stupido del motivo per cui questa sera proprio non mi va di parlarne” . Penso che adesso vuole rimanersene da sola, allora esco stringendogli appena un po’ di conforto sulla spalla mentre la guardo in faccia per la prima volta. Esco prima che possa trovare il modo di contattarla, prima di chiederle graziosamente il numero. Io domani nella carrozza senza suonatori di fisarmonica di sicuro la ritrovo, ho riconosciuto l’accento, a costo di farmi tutti i vagoni a piedi con le valige in mano e le ginocchia a sbattere per farmi spazio fra le smorfie e gli insulti. Mostrare un’espressione molto disinvolta mentre le chiedo se il posto accanto a lei è libero. Ognuno ha il suo grido di disapprovazione, ognuno la sua dichiarazione silenziosa d’aiuto.

mercoledì 22 settembre 2010

A noi invece ha parlato solo dei biscotti

erano molte di più.

C'è un bel silenzio qui. una volta abituati al condizionatore quando lo spengono sembra di raggiungere un livello più alto di afonia. come  SE qualcosa CHE si svuota. che poi chissà di chi è quell'accendino giallo. forse del tizio col sorriso da RAI 1. da grande voglio costruire palazzi, opere architettoniche ambiziose folli di creatività. però voglio delegare qualcun altro come responsabile. fargli curare l'aspetto burocratico. e anche le certificazioni di conformità. insomma se poi quello che costruisco crolla non voglio che il merito spetti a me. grazie lo stesso. Oggi ho scritto che noi siamo intuizioni. anzi che siamo le parole inadatte che si arrampicano e tendono a definirle e a significarle. mi sembrava saggio.  Passavo in una via del centro. davanti ad un luogo di preghiera musulmano. sulla porta c'è un muro di scarpe accatastate, e io non ho neanche il tempo di elaborare l'immagine che mi arriva addosso un vento ingombrante di piedi e calzini arrotolati. ho pensato che fosse la definizione giusta di intuizione. ho pensato che di fronte a un intuizione (o forse sarebbe più giusto dire attorno) la prima sensazione è di stupore e compiacimento, la seconda e frustrazione di non avere il modo giusto di trasmetterla. perchè le idee sono colorate e noi abbiamo solo parole in bianco e nero. perchè l'intuizione è un salto, come ritrovarsi dall'altra parte di un ponte distrutto senza sapere COME e doverlo spiegare a chi è rimasto all'altro capo. Un lampo di neuroni che per qualche istante invade all'unisono un mosaico di immagini sfiorandole appena. il diaframma che si restringe per contenerlo. e infine di nuovo il buio. per spiegare un intuizione mi hanno detto che ci serve un testo allegorico-evocativo. uno Zarathustra o una bibbia, o le Upanishad. mi hanno detto che è il massimo a cui siamo arrivati. 

P.S. però fra un po' arrivano i nuovi Barbari.