e un gioco. ho preso ad imitarti. distaccando dalla mia superficie i cenni di comprensione e condiscendenza. rabbonendo gli scrupoli conseguenti con iniezioni di disinteresse e non mi importa ecco tutto, venire da dentro. e una specie di soddisfazione e di maturità da appendere ai muri, col disegno dalla parte della vernice fresca a impolverare l’evidenza rilevante e i significati in primo piano. sono soltanto richieste di senso, da condividere. sono soltanto innocentemente illegittime, provocazioni di curiosità. e dimmi se io sono solo infinite parentesi nel quotidiano in cui distrarti e cercare uno sguardo, niente di più, domande spedite all’angolo dei lettori, posti vuoti in prima fila nella platea di un teatro gremito, donazioni ai fondi di aiuto umanitario con nome troppo lungo da ricordare, commenti circostanziali col palato di sugo e carne al telegiornale della cena, per distogliere lo sguardo della bottiglia d’acqua, che è vuota. qualcosa come evitare qualsiasi profondità o anche una qualsiasi tangenza, dispacci telegrafici in pillole d’esistenza distante, valutazioni oggettive per condividere la morte del tempo. e io se me l’avessi concesso mi sarei reso oltremodo utile, ma un giorno mi hai detto che non dovevo assolutamente spedirti i regali per posta, neanche se a suonare il campanello era un altro. e io sorridevo il giorno che ho scoperto che i libri di una volta avevano le pagine attaccate, per esigenze di stampa e per riqualificare i tagliacarte, e che una pagina ancora non tagliata non l’ha mai letta nessuno e tu sei il primo a leggerla, il primo a respirare sull’inchiostro scagionato e gli occhi ad aspettarlo emozionati, sorridevo a guardarci vicini, e così al sicuro da tutti gli equivoci e l’ansia e il dolore e le pareti ad sostenerlo, così serenamente guardarti, nelle geometrie di una tempesta che ha cambiato tutto senza lasciar residui di se, se non nel cambiamento stesso.
spesso l'articolata paesaggistica sovietica ricorda veloci e e fugaci rimescolanze di moderati e superflui pettegolezzi
lunedì 13 dicembre 2010
giovedì 2 dicembre 2010
Volontà generale
Voglio trovare quel libro in cui si spiegava che i moti studenteschi ’68 erano stati strumentalizzati dal sistema economico-commerciale per distruggere i vecchi valori come la famiglia patriarcale e permettere il dilagare del consumismo, “babbo non rompere il cazzo e comprami questa Playstation”, che da 40 anni ancora aspettiamo questi benedetti nuovi valori, a cacciare il vuoto apatico solidificato. Voglio leggere l’articolo di Pasolini in cui si parla del capovolgimento nella lotta fra studenti (figli della borghesia) e polizia (figli del proletariato). Voglio la confutazione dei luoghi comuni, e non vedere bottiglie di vino e gente ubriaca alle manifestazioni. Voglio veder gente urlare col sorriso, non con violenza. Voglio gli studenti veri a manifestare, e gli altri a casa a recuperare il tempo perso. Voglio sapere quanti di quelli che occupano invocando il diritto allo studio, lo portino anche avanti come un dovere, applicandosi quotidianamente con costanza e consapevolezza dell’importanza sociale del loro gesto. Voglio un sociologo che mi spieghi la sociologia della folla, e se l’ebbrezza nel gesto di occupare i binari o qualsiasi blocco pubblico sia più dovuta a un senso di partecipazione politica fraterna o alla semplice violazione della legalità protetta dalla forza del numero. Voglio capire ingenuamente qual è il modo appropriato per cambiare la situazione. Voglio investimenti all’università e alla ricerca , e una riforma totale del sistema scolastico dalla base, rimuovendo dagli obiettivi quello di “parcheggio a tempo indeterminato” e aggiungendo l’anti-lobotomizzazione e risveglio della consapevolezza individuale e del pensiero consapevole, anche se l’ignoranza fa bene al commercio, e la con la manodopera meno qualificata si risparmia.
mercoledì 1 dicembre 2010
La consistenza del disordine
La tangenziale in punta di ruote avvicendarsi roventi e asciutte come una bocca affamata, intervalli di soffi allontanati verso le estremità dell’orizzonte stradale, al centro di tutto una scatola di cartone congelata in saltelli e scatti, ancorata all’asfalto, e intorno roteare le tessere di un puzzle, ravvivate dai veicoli in transito, foglie sullo sterrato al tocco del vento nelle sere di fine estate. che a qualcuno è venuto in mente di gettarle li, dal finestrino o dal bordo del prato adiacente, facendo pressione con la mano sul metallo ondulato del guard-rail per caricare la forza giusta del lancio, e poi l’esplosione secca al primo contatto e lo spargersi di frammenti, pezzi di vetro infrangibile, già separati prima di cadere, già distrutti prima del salto. ciascuna ruota sceglie il suo pezzo, lo schiaccia violenta fissandolo a terra e si compone, automobile dopo automobile, un mosaico storto, strappato di colori, asfalto, e cartone dei pezzi al contrario, informe, astratto e incomprensibile, ma più solido e immobile di qualsiasi incastro corretto, di qualsiasi composizione da appendere in salotto, ore per delinearne il contorno, giorni per riempirne gli spazi.
Qualcuno potrebbe vederci:
ho smesso di mettere tag
venerdì 26 novembre 2010
La diceria dell'untore
“Era veramente divenuto un gioco, alla Rocca, volere o disvolere morire..” i malati di tubercolosi hanno una probabilità su tre di sopravvivere, l’indovinello dei cappelli, tre bianchi, due neri, tre persone bendate sceglieranno un cappello ciascuno, poi in base all’osservazione del cappello altrui si salverà chi saprà dedurre il colore del proprio. in linea di principio è salvo solo chi vede due cappelli neri. i primi due rinunciano , vengono uccisi. l’ultimo a questo punto ha la certezza che il suo cappello è bianco. infatti se fosse stato nero il secondo avrebbe capito di non poter avere esso stesso un cappello di quel colore, altrimenti il primo avrebbe avuto la certezza di indossare un cappello bianco, e così si sarebbe salvato. è solo grazie alla morte dei primi due che il terzo riesce a salvarsi. e se non l’avete capito fatevi un disegno. e non è un vero e proprio sacrificio, perchè il primi due non possono scegliere. gli attori prendono fiato ad ogni parola. la morte balla con loro, o forse è la vita, o forse è l’amore. il primo livello è il limbo del sanatorio, il secondo livello, la città. travestirsi da vivi per scendere a Palermo, fuggire nelle campagne, fra processioni di contadini e santi, e il rosso nei fazzoletti pieni di tosse, nelle scene dei film visti da bambino, nascosti di fretta in tasca, prima che uno sguardo compassionevole e preoccupato li intercettasse. Di solito prima o poi nei film succedeva sempre. la verità è che in tutti questi millenni di guerre e sconvolgimenti non c’è un solo evento paragonabile per importanza alla piccola catastrofe della mia morte. un giorno cercherò le parole precise. che scorrono come poesia o musica, nel momento in cui la disattenzione ne uccide il significato diretto, un treno che uscito dai binari continua il percorso, danzando. la scalinata unisce il cielo con l’inferno, sangue di radici colate che crescono rami spogli. sventoleremo le nostre radiografie per morire poi di dolore essendoci scrutati fino all’interno, e averci scorto il cupo male bianco. le terremo nascoste sotto il cuscino come una foto nel portafogli scattata su una cabina alla stazione di Firenze, che nel secondo scatto tu hai il sorriso più bello. i capelli corti del disonore, i sogni da ballerina, le notti a parlare da sola a far la guardia a un casello di campagna, fra giochi inventati e racconti, sul vomito dei vagoni e i frammenti di giornale, il presente come cruna di un ago, in cui il futuro penetra nel passato, e non mi importa di quant’eri bella da giovane, e non mi importa di leggere i documenti sulla tua vera storia, le tue menzogne ricamate, ritrattate per gioco o per gioco inventate. amo le tue guance scavate, i tuoi balli sfiniti, i capelli che ti sono ricresciuti, la morte nella tua bocca e le ultime urla di vita che si spengono nei tuoi occhi. e allora nasconditi in camera senza muoverti dal letto, coi vestiti e i trucchi nell’armadio per non mentirti più. oppure fuggiamo, per ritardare l’ora della separazione, lontano in corse d’automobili a raccontarti la mia vita e la mia terra. La morte ti prenderà comunque, in un ultima esplosione di febbre. e io invece sarò salvo. in questo capriccio di Dio, questo gioco per placare la sua solitudine, o la nostra. verrò dimesso dalla Rocca, e guarito ritornerò fra i vivi.
martedì 23 novembre 2010
Abito
L’abitudine dovrebbe essere al massimo una consolazione, non un alibi. I colpi sul muro. Fuori da ogni ritmo. I sogni sempre più nitidi, tirar su la tapparella e aprirsi al buio, perchè allo stesso tempo una tovaglia a fiori cade giù, celeste scuro. Sul balcone l’orizzonte oscurato dalle nuvole buie, o fumo di vulcani islandesi, e un cerchio di luce, il faro di un elicottero che atterra in cortile senza il vento normalmente incluso o il salvataggio dell’economia irlandese mentre sceglie se declassare lo stato sociale o aumentare la tassa sulle aziende come quando è caduto l’appendi abiti e mi s’è stretto il cuore, che rimandasse forse a un qualche dolore travestito di metafora, ti prego non farlo di nuovo, ho preso le felpe e le ho spostate sull’armadio. Quando cado io è una liberazione. Invece se cade qualcos’altro. E osservare attentamente è come correre invece di camminare, ci perdiamo i piani alti dei palazzi, i balconi eleganti e la gente che addobba gli alberi di natale come suggerito dalle pubblicità previdenti. Dove finiscono queste immagini, ci sarà un limite all’ingombro di particolari di cui si coronano le idee e le forme, o continua ad aver senso, giorno dopo giorno, collezionare tavoli mentali ed arredamenti componibili per abitare i proprio luoghi di riflessione, interruzioni intermittenti nella quotidiana epopea di disattenzione e disconsapevolezza. mi distraggo quindi sono. non posso essere presente di continuo, devo uscire, devo prendermi pause di deriflessione, devo perdermi altrimenti mi stanco, torno presto, tanto so bene cosa fare anche senza di me, sono abituato, sono involontario, la normalità stessa è frutto della selezione naturale, sopravvivono e si tramandano i più adatti a sopravvivere, evidentemente una telefonata allunga la vita, e anche l’iterazione pubblicitaria, la metodicità autosufficiente desensualizzata, come sarebbe straziante gestire e ogni singolo respiro, come sarebbe noioso supervisionare ogni minima azione, l’abitudine è il vantaggio di aver più tempo per pensare, non una scusa per non aver bisogno di farlo.
sabato 23 ottobre 2010
Rischio morale
Le buste della spesa ormai si lacerano tutte. Incuranti del sempre più allarmante problema dello scioglimento sistematico dei surgelati. E non so neanche se avrò voglia sta sera di incontrarti al compleanno dei nostri bambini. Cercare le tue scarpe piegato a gattoni mentre raccolgo i tasselli verdi delle costruzioni che sono scivolati sotto l’armadio. Far finta di essermi incastrato il braccio con la mano sepolta nel buio, che magari ha paura di star li e per distrarsi inizia a tamburellare il pavimento morbido di gomitoli di polvere. Mantenere una posizione consona e insospettabile col resto del corpo cercando eventuali corrispondenze con la parola “comodità”. E poi ho sentito la tua mano abbracciarmi le dita, tirarmi dal buio per trascinarmi in quel rifugio infantile. Ho sbattuto la fronte sul legno che l’ultima volta non avevo avuto bisogno di chinarla, l’ultima volta non avevo dovuto schiacciarmi contro il pavimento claustrofobico, con la maglietta che si arricciava e il freddo a calpestare la pancia. Quando è passato anche il sedere tu continuavi a tirare con forza e mi sono ritrovato a darti una testata. C’erano solo le nostre teste giganti appoggiate sul dorso delle mani a scambiarsi respiri d’aria sempre più rarefatta. La luce si fermava alla guancia sinistra, come un profilo dei disegni all’asilo, con le mani che erano dita convergenti e i capelli che si potevano anche contare, gli stessi che un giorno avevamo confrontato, per capire quanto lontano nel passato si fosse spinto il nostro complice disaccordo. Ti ho detto che prima di uscire avremo raccolto tutti i segreti che erano spariti la sotto. Quelli che si erano salvati dall’aspirapolvere. Quello che avevamo perso senza sapere dove, rotolato in quegli angoli che finché te ne stai fuori non riesci ad arrivarci. Tu avresti trovato una caramella allo zucchero, una moneta da 100 lire e un Ovetto Kinder-sorpesa che avevi buttato piangendo perché scuotendolo ti era sembrato che ci fosse un regalo di quelli che non si costruiscono, io una macchinina blu senza una ruota un bottone da occhi di pupazzo di neve. E te ne sei accorta che avevo nascosto qualcosa in tasca. E mi hai tirato per i capelli per parlarmi all’orecchio. E allora ho tirato fuori un ammasso di pongo schiacciato, che non si riconosceva più il soggetto originale, l’ho preso e l’ho premuto contro il bordo, come le gomme sotto i banchi di scuola.
giovedì 21 ottobre 2010
Per fortuna non ci si sposa più per corrispondenza
In televisione hanno detto che è un mese che sei partita. però io la televisione non la guardo. Sono passato qualche volta dalle parti di casa tua, ma tu non c’eri, e allora ho deciso di fregarmene dei sensi di circolazione vietati. Divieti senza motivo aggiungo. E’ come quando accendono i riscaldamenti, che sembra una vita ad attenderli nel freddo dei risvegli precoci, che sia inverno da sempre e che tu te ne stia altrove da sempre. Novunque. Dove c’era casa tua adesso c’è un ascensore gigante, l’hanno costruito per evitare tutte quelle strane disarmoniche scale e quelle porte che conducevano soltanto a un altro corridoio e accrescevano solo l’intimità dell’ingresso. allora ho pensato che un giorno progetterò una casa senza scale, in cui ogni stanza è un gradino più in alto delle altre e per arrivare in cima devi attraversare tutto l’edificio metterti le pattine all’entrata. Nel posto in cui ci siamo salutati non ci sono più andato, perché questa stanza ha sempre più pareti e sempre meno vicini, e così almeno posso recitare Amleto allo specchio senza abbassare la voce o sentirmi in imbarazzo o intercettare conversazioni telefoniche e litigi che poi si sarebbero rivelati dibattiti politici. Alla finestra c’è il solito pezzo di cielo, dicono che bisogna sempre fare in modo di avercelo un pezzo di cielo, alla finestra e io sono contento perché molto spesso è un ritaglio sereno, indispettito e distante da quello che succede alle altre finestre. E vorrei averceli anche io i prati verde saturazione digitale. Non ho più fatto una foto ne tagliato i capelli, però cucino spesso, suono soltanto in sala prove e quando attraverso la seconda uscita di una rotonda ho qualche brivido e rido. Qua di notte in montagna partono autobus dall’Inghilterra con le tue compagne d’università. Però una signora con i modi spocchiosi mi ha assolutamente detto che a Milano non fermano. Qua molta gente si annoia e io vorrei solo impedirlo, ma con intromissioni discrete perché gli specialisti ci hanno spiegato che urlare nelle orecchie di una persona che dorme può essere traumatico e dovremo limitarci ad alzare lentamente le serrande a sorridere del tremito al di sotto delle palpebre, sorrisi casualmente accennati nelle infinitesime alterazioni involontarie della bocca. Nel frattempo sto gradualmente provando un campionario dimostrativo di vecchiaia, questa settimana ci hanno proposto un tenue mal di schiena, per la prossima settimana ci hanno già spedito un pacco con degli occhiali, perché per leggere ne avremo bisogno. A volte vorrei parlarti di te, del tuo arrivo all’ aeroporto che c’ero io a non-aspettarti con un’insegna gigante e una scatola di cartellini adesivi per dare un nome a tutte le cose nuove che ti trovavi davanti che è poi come uscire dopo il primo giorno in classe e averci in testa una massa di visi tutti uguali a parte il ragazzo che in mezzo alla lezione si è alzato per fare una domanda su un libro di testo e tu hai notato che nel punto in cui i capelli spettinati cadevano sulle orecchie c’era un ricordo di qualche anno prima e ti sei affrettata per recuperarlo prima che la domanda fosse finita del tutto. Adesso che tutti hanno una faccia diversa ti saresti preoccupata di staccare i cartellini e me li avresti spediti. Io ci avrei costruito una geografia del tuo mondo su una delle pareti libere, però prima avrei controllato se l’adesivo si fosse portato via anche qualcos’altro. sarebbe stata una ricostruzione migliore. Qui la geografia cambia ogni giorno. Nell’appartamento vicino stanno ancora facendo i lavori, ma sono meno rumorosi del solito, forse imbiancano. I luoghi cambiano di significato e sotto a un mercato capita anche di trovarci un teatro nascosto. Io ogni giorno mangio una briciola di pane per averci almeno la percezione di poter sempre trovare la strada del ritorno. Un ritorno qualsiasi.
Tu forse non ti perdi più.
Qualcuno potrebbe vederci:
rientrare in un testamento
Iscriviti a:
Commenti (Atom)


