spesso l'articolata paesaggistica sovietica ricorda veloci e e fugaci rimescolanze di moderati e superflui pettegolezzi
domenica 12 settembre 2010
A lungo mi coricai (non) di buon ora.
martedì 7 settembre 2010
Proust alle giostre leggere
venerdì 3 settembre 2010
Il primo giovedì del mondo.
Il primo giovedì del mondo indossavo la mia maglietta preferita, quella degli eventi importanti, quella piena di buchi provocati da non so che cosa. Vintage. E un maglioncino di lana. Il primo giovedì del mondo ho pronunciato il mio nome con imbarazzo, perché era buio e molta gente stava a guardare. Una telecamera ha ripreso tutta la serata. La serata era dedicata alla follia creatrice. Un giorno esploderemo anche noi. Come secchi di vernice colorata. Fino ad allora subiremo i nostri blocchi emotivi, dannate incursioni del razionale, ditemi cosa c’è di banale. Datemi modo di distinguere quello che va fatto da quello che è già stato fatto. Cosa te ne fai poi della pazzia bruciata di un’individualità consunta, pensi che ci sia della bellezza in questo. Pensi che basti il veleno a sedare la banalità. L’armadietto bloccato si è semplicemente spalancato con noncuranza quando ho chiesto aiuto a qualcun altro. Dov’eri prima del primo giovedì del mondo. Avevo semplicemente dimenticato di portarmi dietro la borsa con i libri. Da bambino portavo sempre con me un libro, anche quando prendevo lezioni di guida. Il primo giovedì del mondo si aprivano spiragli di nulla e io li ignoravo spudoratamente, come promemoria sul telefonino. Finché non metti la cintura l’indicatore acustico continuerà ad assillarti con voce crescente, qui invece dopo un po’ si placano. Non condivido queste mie invasioni immotivate, e quest’approfondimento mediato. Se ho paura delle distanze faccio qualche passo in avanti, ma non mi ricordo neanche un nome, di tutte le mani strette, in nome di una vicinanza contestualmente celata. Un uomo trasformava migliaia di numeri in frasi bizzarre che sembravano uscite dalle mie considerazioni sconnesse:
“arruffando sentieri dai risvolti metallici risuonava come circospezione declamata
all’orizzonte di cartone che gli era stato imposto di ricordare”
La buccia della frutta non andrebbe mangiata, è li che le tossine vengono immagazzinate. Eppure aneliamo alla bellezza nella scorza, accontentandoci di un esteriorità porosa.
Voglio dei pensieri abbastanza profondi, che rendano anche la pelle splendida.
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giovedì 2 settembre 2010
Invettiva toponomastica
mercoledì 1 settembre 2010
Riempire un vecchio libretto delle assenze con scuse inventate.
Maledetto. Donna con gli occhi che non mi ricordo. E la voce piccola. Azzurro. Non c’è nessuna logicità in questo. Però la pelle mi pesa, potrebbe scivolare semplicemente da un momento all’altro, cade verso il basso. Prima o poi avrò le rughe. E la pelle cadente. Intanto osservo gli altri invecchiare. Con le loro giacche di pelle e i loro completi eleganti. Io sono con la barba di Marx, potrei sembrare vecchio. I sottotitoli in ritardo rispetto alla voce, la voce in ritardo rispetto alle labbra, le labbra inzeppate di pensieri a pressarsi in fondo all’uscita. In ogni caso andiamo avanti, qualcosa da rubare c’è sempre, prendi tutto tu. Di queste assenze rimandate all’autunno. La confezione di posate di plastica prendila tu, io bado alla sovversione. Forse decolleremo in banali vortici di disattenzioni. I bracciali che porto al polso rimangono finché non si slacciano la prima volta, dopo non li ho più visti. Se fosse un incontro qualunque, al supermercato, fingerei di cercare il dentifricio al reparto surgelati, osserverei la tua mano ritirarsi dal freddo dello scaffale, ruvida di condensa. Come impedirlo. Assumi l’atteggiamento scialbo di un venditore di orologi. Lui non si accorge di vendere il tempo. Altrimenti cerchiamo un locale più grande. Per acquisire maggiore visibilità. Io non l’affronto, io l’ultima volta che mi hanno chiesto il nome l’ho letto sulla carta d’identità, io sono fuggito senza preavviso verso un manto di scale che non ho neanche avuto il coraggio di salire. Come I pupazzi dei parchi giochi quando fanno finta di tapparsi gli occhi con le mani. e in realtà gli occhi gli occhi ce li hanno all’altezza della bocca. Nausea come rigetto di qualcosa che si agita da dentro. Oppure. Nausea come rifiuto di qualcosa al di fuori di noi. Cosa c’è di speciale nel primo giorno del mese, non ho neanche un calendario da strappare. Però quest’aria l’adoro. Dovremo imparare dai parcheggi inventati, quando si ha fretta di sistemarsi, quando ci spingiamo al limite dello scontro per renderci consapevoli, e sistemarci I capelli dietro alle orecchie. Tutto nello stesso specchio. Da quale tassello di diversità proviene questo rancore, da quale altro l’astio per le convenzioni, per la banalità. io il telefono lo lascio squillare indifferente. io forse degli altri odio soltanto gli stessi difetti che ho io.
quando sarai grande non dare mai confidenza agli sconosciuti, al massimo donagli qualcosa di te.
lunedì 23 agosto 2010
Regalare una matita a chi ne ha più bisogno di te
I film di Bertolucci perdono colore , è che il Technicolor è una via di mezzo fra l’arte del bianco e nero e la realtà. Mi sono ricordato che al cinema i passi si sentono molto più nitidamente, al cinema i passi hanno un suono particolare, il suono ti cammina sulla sedia, le scalinate hanno luci blu, come l’appartamento acceso al quinto piano. Sarebbe bello forse, che i condomini fossero in qualche modo comunità, mini-villaggi, in due anni ci sono persone che ancora non ho mai incontrato. In questo momento magari dormono proprio sotto di me. Hanno appena cambiato braccio sotto al cuscino. Forse è pure autodifesa, come quando si dice “non ti fidanzare con una compagna di classe che poi devi vedertela tutti i giorni anche se rompete”, forse siamo condannati alla distanza, vivere così vicini con coscienza dell’altro ci distruggerebbe, quindi chiusura pressoché totale. Disillusione. E’ che mi piacerebbe citofonare alla vicina per il sale. invece dagli ingressi, rimasti aperti per disattenzione appare sempre lo stesso termosifone con mensola porta telefono, o un quadro.
Suonano solo i venditori, io li osservo dal videocitofono mentre tentano di approcciare col primo che gli apra il portone, un giorno hanno bussato, due ragazzi
- scusate sono in accappatoio
- non è un problema abbiamo delle offerte troppo vantaggiose
- allora li ho fatti entrare, solo per cortesia, gli preparo the aromatizzato
- lei telefona molto?
- veramente è un periodo un po’ di isolamento, preferirei non vedere gente
- allora guardi c’è questo piano telefonico per cui meno telefona, più si autoricarica, ha presente la pubblicità del tizio depresso disteso sul letto, che però riceve ogni giorno 5 euro di traffico bonus e quando gli arriva il messaggio di accredito è felice, vorrebbe chiamare il suo migliore amico, però così facendo ha paura di perdere il bonus del giorno successivo, allora come l’asino di nonmiricordochi disperato si tormenta nella frustrazione e finisce per darsi al cibo (segue pubblicità ammiccante di Actimel)
- no sa, in realtà non vedo molta televisione ultimamente, e poi sinceramente mi secca che le uniche persone del palazzo che mi cercano, lo facciano per propinarmi qualcosa da comprare, non vi sembra un po’ invasivo piombare sulle porte, di sconosciuti, vederne l’ingresso DA VICINO, magari se si è fortunati anche un pezzetto di cucina.
Dovrebbe funzionare come per la nostra interiorità: uno spazio aperto a tutti, libero e condiviso. Un altro spazio chiuso dedicato solo a se stessi.È che forse è una trovata commerciale, averci il proprio mondo tutto dentro lo stesso palazzo, ridurrebbe le spese, gli spostamenti, gli acquisti, allora il dio della discordia una volta intascato il suo assegno da una lobby molto potente finì per separare quello che un muro di cartongesso semplicemente poteva solo ovattare.
A notte inoltrata davanti alla luce blu del quinto piano c’era una sagoma affacciata, chissà che strane idee si sarà fatto dopo tutte le volte che sono ritornato in macchina. Ogni volta mi dimenticavo qualcosa. Chissà che strana idea mi sarò fatto io a vederlo a quell’ora, della notte, con quella sagoma scura. In un'altra vita c’avrei scambiato qualche parola, avremo fatto dei discorsi esistenziali, parlato dell’insonnia, e del dormire troppo.
Una ragazza polacca ha preso tutti i miei fogli bianchi, però ha promesso che un giorno mi farà un ritratto.


