Volevo guardarti da lontano, adesso che ho un po’ meno paura che tu possa scomparire se mi copro gli occhi con le mani, e quanto devo allontanarmi per ammirarti piccola nella tua interezza, il concetto di bipolarismo è riduttivo, siamo un coacervo di contraddizioni ragionevoli e bisogna soltanto allenarsi il cervello a cogliere vapori di unicità, che poi il cervello principalmente dovrebbe far quello. Sono nel prato dove giocavo da bambino, con gli uccelli che cigolano e il dondolo che cinguetta e le ombre degli uccelli a frugare fra i trifogli, la casa in primavera è ancora mia. Ieri cercavo di insegnare il mio nome a un piccolissimo cugino con gli occhi grandi e neri, ecco io ti insegno il mio nome, ripetilo come se fosse soltanto un suono, che racchiuda quello che ti trovi davanti, pensavo che tutto questo abbia una grande carica simbolica e lui rideva, senza pronunciarmi. E poi c’era il fratellino più grande che chiedeva continuamente “perché” e mangiava le prime ciliegie di maggio e chiedeva accovacciato sul buco di una botte di legno, di uscire fuori al mostro che ci avevo appena infilato, che era timido e parlava con la mia voce fra i denti in falsetto. Credo che da piccolo gli somigliassi, ma lui gioca già a calcio. Al cimitero di paese abbiamo incrociato uno zio di mia madre che si è trasformato nel suo vecchio nonno, forse non siamo che la stessa persona che si declina infinite volte e il tizio che vedo muoversi dietro la finestra, dal balcone della cucina, sono io in un altro momento della mia vita, reincarnazione continua e simultanea di un unico uomo e di un'unica donna che non fanno altro che fluire ed evolversi, e a volte riescono anche a incontrarsi, che è una sintesi ulteriore, di unicità.
spesso l'articolata paesaggistica sovietica ricorda veloci e e fugaci rimescolanze di moderati e superflui pettegolezzi
domenica 15 maggio 2011
martedì 8 marzo 2011
Dormire in una stanza senza finestre
Mentre ti guardavo, la voce di un’altra età, le mani calate sul viso, per gioco, pensavo che sarebbe un po’ un peccato, un po’ un oltraggio all’intelligenza (dis)ordinatrice degli incontri, un’illegalità bella e buona, complici le nostre immaturità distinte e così innocentemente evidenti, una certa goffaggine a far da palo e sobillare reticenze e il resto del mondo barricato fuori, coi fotografi e i curiosi, nell’attesa di un evento che si consumerà in silenzio e all’insaputa delle autorità competenti. Un peccato, un oltraggio, un’illegalità, non rimandare per quanto possibile il momento degli applausi, quando la gente discorre disinvolta come se il palco si fosse improvvisamente dissolto sotto l’ondata dei loro colpi, non contemplare frastornati le ultime tracce di bianco illuminato e candido, che è anche un riscatto e una possibilità di rincominciarsi daccapo in quanto entità nuova.
Lei dormiva in un terrazzo in cui c’era spazio soltanto per il letto, e una parete di sbarre a riparare le cadute, o la loro semplice proiezione in timore, la divorava quell’istante in cui uno strappo le aveva mostrato l’eventualità in cui fossero finite le parole che parlavano di loro, ne rifuggiva il dissidio della conferma nelle complicazioni della distanza.
Lui osservava un torrente, che era il torrente tipo di ogni film d’azione americano cioè, ogni volta che serviva una scena con un torrente, andavano a inquadrare quello. Gliel’avevano fatto notare mostrandogli le foto di vari film con un torrente in scena, ed effettivamente combaciavano tutti. E non dormiva. Le grida di aiuto di un Trans in strada gli avevano lacerato lo stomaco, e quando s’erano spente aveva provato a strapparsi via il cinismo nella preoccupazione di eventuali danni alla sua macchina, parcheggiata di sotto. a quel punto il muro aveva preso a starnutire e qualche finestra si era aperta come un esortazione contrariata. La scritta nera sul soffitto, tratteggiata dal lampadario immobile, erano solo lettere indistinguibili e presumibilmente mutevoli e non davano alcuna spiegazione al corredo di ingiunzioni lanciate con veemenza contro l’impotenza, a dispetto del principio di indeterminazione di H, propria di un osservatore di fronte alla realtà.
Qualcuno potrebbe vederci:
"bella e buona" lo usa solo Baricco
lunedì 7 marzo 2011
Sono il significato che darai alla mia presenza
quando la porta si chiude sento un po’ di vuoto. o forse sono i calzini. magari fai solo in modo che io non me ne renda conto, una mano aggrappata agli occhi per coprire le scene violente e una canzone a nascondere il sottofondo di sparatorie ed esplosioni. ti proteggerò dalla vacuità di un primo piano di Tarkovskij sulla nebbia indistinta, ma tu dovrai avvicinarti, stamparti sul mio viso, che la luce e il respiro depurano dal tempo, come in quel sogno, una bambina. Il vuoto è proprio dietro di me, disteso alle mie ombre, una per ogni luce sul palco. Perderti e proteggerti coincidono con lo stesso movimento in avanti, io sono il punto d’equilibrio, la barriera saldata sul precipizio che è anche l’unico appiglio esistente. Quando te ne andrai, un istante atterrito concederà al corpo invaso dal nulla di incespicare spandendosi a terra, togliendo materia al vento, ritornando lentamente alla distrazione degli specchi, niente di cui dolersi, solo spazio da riempire, fra gli interrogativi sul senso avuto dall’uscire da se per incontrarti, giustificazioni nella bellezza di svegliarsi trovandoti germogliata dalla clavicola, nella percezione della potenzialità che hai di farmi raggiungere l’immagine che ho di me, che è merito della tua forma liquida e discontinua, che si modellano le tue guance fra le mie mani.
venerdì 4 febbraio 2011
Compattezza di un bosco
chiudetevi in strada, fra le fessure ritagliate dalle sagome dei passanti, raccogliete deplorevoli manciate di occhiate spente e vacue, fra le scie d’automobili lanciate l’una contro l’altra, in corsie fuse dalla vicinanza col marciapiede sfiancato, da una giornata intera di chiacchiere e buste della spesa, mi ricordo di quando comprai il mio primo giaccone pesante, era per il viaggio in Russia, era per il primo giorno di lavoro da capoufficio, era per la nipote allergica ai latticini, sono proprio contenta di trovarti bene, meglio se quando ricevi certe telefonate fai finta di niente, fate finta di niente, prendetevi dieci minuti per pensare all’ultimo sogno, di lei che usciva di casa e aveva il torcicollo e voi gli carezzavate la schiena e un graffio piccolo, come disegnato, domani se andiamo al cinema è gratis perchè ci sono le targhe alterne, dieci minuti a mettere a fuoco le figure opache filtrate dalla tenda, dalla finestra, dall’acchiappasogni di legno, dal terrazzo, dalle tovaglie a quadrettoni appese alla ringhiera, dagli alberi e dai fili del telefono, talmente leggere da sembrare ombre al mattino o macchie di sporco da cucina.
dieci minuti per immaginare che intorno all’ora di pranzo, di fronte a uno specchio, lei osserverà il riflesso distratto dell’appendiabiti accanto alla porta e un ombrello marrone anonimo, che diventerà una serata di dicembre accalcata al riparo di una tettoia all’ingresso di un cinema, che diventerà una parete di fiori rosa rampicanti in un casolare vicino al lago, che diventerà un racconto di Pasolini, scoperto per uno degli ultimi esami, che diventerà un incontro timido-invadente e leggiti-questo-pezzo-che-è-davvero-bello, che diventerà un sorriso piccolo, mascherato in una candida smorfia sottile e di capelli rossi.
domenica 30 gennaio 2011
Scrivere non serve a farsi amare.
Era profondamente risoluta, era non lasciarmi andare più, coi tuoi cartelli di indelebile blu appesi alla porta o lasciati sul cuscino, scivolati poi a terra dietro i comodini e per le scale, scalzi a fare finta di rincorrerti, mentre la vicina esce di casa e corro a coprirmi i piedi, poi riscendere in un colpo secco all'accelleratore vederti uscire dipinta di determinazione assente dal parcheggio appositamente consigliato da una notte trascorsa da tempo. accadrà sempre in questo modo, ci sveglieremo improvvisamente durante i sussulti evitati nella meditazione, nelle parvenze di progettualità fluida, nei sorrisi liquidi stampati nelle orecchie, chissà quante altre volte succederà, chissà quante altre volte no. ti chiuderai nelle tue esitazioni pre-stampate o ti perderai nella poesia di una metafora di cemento. grazie comunque di questi momenti di eternità sospesa, di panico docile, di attese sconcertanti immerse di parole e immagini in bianco e nero, grazie di queste partiture tremolanti, eseguite magistralmente fin quando non arriva il momento di girare il foglio, e allora perdersi al confine della distanza fisica, della caducità giornaliera del quotidiano pre esistente che torna a far valere le proprie prosaiche ragioni e diritti di consistenza.
mercoledì 26 gennaio 2011
posso ancora smettere ma non si può.
provo a graffiare il muro col tuo nome, piano che il buio è solo un tentativo, che la notte i muri si scalfiscono con la leggerezza di una parola, ripetuta in sillabe cadenzate da minuscole pause, fra i denti e il palato, non c’è più nulla a significarla eccetto l’aria tiepida che incontra la stanza, quasi riscaldata dal movimento, quasi soffocata dal movimento, ombre-solido-imploranti e non ci sbatto più contro perchè ho memorizzato la posizione, i piedi a bruciare logorando la soglia di separazione, le mani a stamparsi schiaffi supplichevoli sui cuscini gualciti, libero eccetto il corpo chiuso e goffo e non ci ho mai trovato nulla di bello, se mai smettesse di pesare, gli stringerei volentieri la mano e lo conserverei scrupolosamente nell’armadio, in alto, come il vestito buono per i matrimoni degli altri. intorno agli occhi chiusi una piazza vuota con un ritaglio di macerie domestiche, buone a riempire discariche, deglutendo muri di rifiuti flaccidi, simbolo del disastro, e il mio personale modo di interagire con la sconfitta, calpestando i pezzi più piccoli per infastidirmi i piedi, accovacciandomi a contemplare i più grandi, che visti da vicino con la guancia-freddo-pavimento, occupano lo stesso campo visivo di una casa atterrita dal sole prolungato, e incombono imponenti, amorfi di briciole ma apparentemente compatti.
sabato 8 gennaio 2011
L'eclissi
E gli occhi chiusi calati sulle palpebre scure liberarono immagini decisamente più nitide dei comuni pensieri, erano città osservate da un metro di distanza, balconi e navi, e quasi i colori, decidere dove spostarsi e cosa guardare, di solito non c’è mai nulla, si muove tutto a un livello di astrazione più alto. penso a un oggetto, una bottiglia, e lo percepisco in testa, ma non lo vedo realmente. e quella notte, al termine della notte, avevo visto talmente tanto, che forse non avevo più gran bisogno di guardare, come ripetersi la melodia di un’opera classica in testa dopo un’ora di ascolto, scoprirsi in grado di gestire la partitura di un certo numero di strumenti, ricercare quelle sensazioni di nuovo e spero che non siano episodi eccezionali, adesso non c’è niente, e non si sente niente.
il sole a forma di luna, riflesso nei palazzi e negli animali irrequieti e nascondersi fra le nuvole e riapparire nel bronzo-plastica delle pellicole fotografiche piegate in due che erano scarti di esposizioni sbagliate che erano luce dosata male e adesso filtri rudimentali per il sole arancio e spicchi nascosti, divorati lentamente e lentamente rilasciati, e succede così raramente che dovrebbero guardarlo tutti, bruciarsi di lacrime nella momentanea sopraffazione, invece di evitarne la vista, come accade di norma nel resto dei giorni.
E gli occhi chiusi sul primo treno dell’anno, sfiniti dalla prima notte, sprofondati nei sedili, le parole intorno degli altri sono come leggerne i pensieri di nascosto, i pensieri spossati e ovattati come la nebbia dei finestrini affacciati sull’erba e il bianco spento, che arrivano a confondersi coi sogni durati un attimo che arrivano ad interrompersi per colpa dei pensieri stessi, quando diventano troppo alti, quando diventano voci, e non solo flussi, raccolti, rubati dalle altre vite e immersi nella propria. Quadri impressionisti dell’alba che irrompe dalle nuvole incendiate, delle rive del fiume coi lampioni che affondano e si frammentano e nuotano e si allontanano come correnti di colore che finisce per diluirsi nel blu, della folla sfocata che riempie fluida la piazza, e la ragazza di lato che pur essendoci immersa, si sente altrove, in un altro quadro, occhi francesi e qualche passo per allontanarsi e un giorno per scomparire.
l’anno vecchio è finito mentre abbracciavo una sconosciuta che non rivedrò mai più. mentre parlavo tutte le lingue eccetto la mia.
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