erano tornati gli odori
madeleine di istanti. brevi rivelazioni
dopo l'inverno dal sordo naso ghiacciato
era terra. querce e muschio nel vento
che sbraita alle foglie
e le insulta
e i campi coltivati a grano truccati di rossi papaveri
il cammino del ritorno a casa.
è che i rubinetti non ce l'hanno il terzo pomello
e le copertine hanno solo due coste
una pagina due facce
non c'è scampo all'eccezione
non c'è soluzione socialmente univocabile
e l'eccesso giustifica a volte ma solo a volte
l'efferatezza il danno
la matita poteva scegliere di non cancellarsi sai?
ma non l'ha scelto
qualcuno doveva scegliere il grigio per salvare il mondo
e l'ha fatto lei
lasciandoci la soluzione nobile
paratassi di bianco e di nero
se tu vuoi
no
se TU vuoi, io fosse per me lo urlerei
voglio solo sapere se tu stai ascoltando
spesso l'articolata paesaggistica sovietica ricorda veloci e e fugaci rimescolanze di moderati e superflui pettegolezzi
venerdì 18 giugno 2010
giovedì 20 maggio 2010
Aspettando il sole...

All'alba la città è uno sbadiglio davanti allo specchio
all'alba la città è degli spazzini
ti inseguono nei vicoli deserti
ti insegue il rumore dei camioncini spingendoti per scale impraticabili
che anche tu sei uno scarto della notte prima
e non vuoi che ti vedano
fra lo sporco dei marciapiedi
impronte e petali calpestati
il vomito della notte come traccia immonda smascherata dalla luce nuova del giorno
all'alba la città è dei furgoni delle pasticcerie
all'ingresso dei bar appena riaperti e lucidamente vuoti
all'alba la città è degli edicolanti, sistemano i giornali che ancora nessuno ha letto
notizie ancora realmente nuove. qualche ora di gloria prima che diventino passato
All'alba la città è degli untori, che spargono all'uscita dei negozi fragranze invitanti
dolci appena sfornati, vestiti puliti di nuovo, pane caldo, uffici di lisoform
libri chiusi e caffè
all'alba la città è degli attacchini che srotolano ortogonalmente i loro manifesti giganti
inzuppando barili di colla
all'alba la città è dei piccioni grassi che gozzovigliano negli ultimi resti dell'immondizia
all'alba la città è della nebbia. come impacchettata e infiocchettata
un regalo da scartare delicatamente nello scricchiolio del cellophane che tanto è trasparente
e già si vede quello che c'è sotto, non c'è fretta.
All'alba la città è un delirio di parole che riaffiorano compostamente in un sorriso appena abbozzato
"ma lo vedi che occhi che ha?"
vorresti salutare tutti ma non si può. in realtà (anche se non sembra) stanno dormendo e li sveglieresti.
te li immagini soltanto, qualche minuto prima
in bagno a sistemarsi, a maledire la sveglia, accaparrarsi minuti, stringere le scarpe
e chiudere il portone di casa. piano.
all'alba la città è il buon giorno dei pettirossi, canzoni fischiettate alle imposte sbarrate
"all my lovin I will send to you '"
due merli che si danno un bacio, appunti in tasca presi su un opuscolo dei testimoni di geova
un post-it da frigorifero buttato in terrà con i consigli per chi è rientrato tardi
"p.s. la differenza, in fondo, poteva riassumersi così: lui aveva bisogno di sottolineare quanto fossero simili, lei quanto fossero diversi."
conTORTO
non sono daccordo con voi
non sono daccordo su niente
egoista è solo chi viene chiamato così per primo.
potrebbero dirlo entrambi
dieci passi. uno sguardo
il primo a dirlo vince
l'altro viene bollato. egoista.
in realtà secondo la teoria della termodinamica due persone vicine
dovrebbero portarsi alla stessa temperatura
non è possibile che una rubi calore all'altra diventando calda a suo discapito
succede nei frigoriferi. (in natura no)
probabilmente quello dei frigoriferi è egoismo cattivo
l'altro invece, quello termodinamicamente concepibile
e egoismo buono.
non così negativo almeno. naturale.
secondo la termodinamica è solo il calore a spostarsi.
l'altruismo del fuoco finisce per spegnerlo
chi aggiunge legna lo fa perchè vuole scaldarsi.
sembra che nelle relazioni debba esserci sott'inteso inevitabilmente
un discorso di interessi.
finchè l'interesse è corrisposto ci si scambiano gli egoismi
l'uno con l'altro
e gli si da il nome di altruismo. una virtù.
in mancanza di corrispondenza lo stesso interesse
prima acclamato, diventa peccato imperdonabile
lo stesso gesto di benedizione
una condanna.
e non c'è ogettività né parametri di giudizio
eppure si finisce per essere giudicati
con presunta ogettività
i semafori agli incroci sono spenti da un pezzo.
non c'è nessun colore ad avvisarci
nessun colore ad illuminarci il viso nei film
se abbiamo fatto bene ad attraversare
lo sappiamo solo tre secondi dopo lo schianto.
non sono daccordo su niente
egoista è solo chi viene chiamato così per primo.
potrebbero dirlo entrambi
dieci passi. uno sguardo
il primo a dirlo vince
l'altro viene bollato. egoista.
in realtà secondo la teoria della termodinamica due persone vicine
dovrebbero portarsi alla stessa temperatura
non è possibile che una rubi calore all'altra diventando calda a suo discapito
succede nei frigoriferi. (in natura no)
probabilmente quello dei frigoriferi è egoismo cattivo
l'altro invece, quello termodinamicamente concepibile
e egoismo buono.
non così negativo almeno. naturale.
secondo la termodinamica è solo il calore a spostarsi.
l'altruismo del fuoco finisce per spegnerlo
chi aggiunge legna lo fa perchè vuole scaldarsi.
sembra che nelle relazioni debba esserci sott'inteso inevitabilmente
un discorso di interessi.
finchè l'interesse è corrisposto ci si scambiano gli egoismi
l'uno con l'altro
e gli si da il nome di altruismo. una virtù.
in mancanza di corrispondenza lo stesso interesse
prima acclamato, diventa peccato imperdonabile
lo stesso gesto di benedizione
una condanna.
e non c'è ogettività né parametri di giudizio
eppure si finisce per essere giudicati
con presunta ogettività
i semafori agli incroci sono spenti da un pezzo.
non c'è nessun colore ad avvisarci
nessun colore ad illuminarci il viso nei film
se abbiamo fatto bene ad attraversare
lo sappiamo solo tre secondi dopo lo schianto.
Nicolismo
Di quei ritorni a casa con le chiavi in tasca.
I pugni a battere sul legno.
Battere sordo. Di rabbia.
La porta chiusa dell’appartamento.
“Dove cazzo sei. Perché non apri?
Perché non MI apri?!”
Nessuno si sveglia nel condominio, accendono solo le luci
E io capisco.
Di quelle notti logicamente allucinate
ritrovarsi a dormire stretti alla borsa del ghiaccio
ad affogare gli incubi del giorno nei deliri di un sonno
confuso da mille storie. Stiamo lavorando per voi
Dei meccanismi analizzati fino al dettaglio
Che nel dettaglio sta la bellezza
e la chiave dell’antiautocommiserazione
nascondersi dietro l’alibi dell’empatia
per non riconoscere i soliti vecchi limiti
maturati anch’essi. Insieme.
se tutto è importante
allora NIENTE è importante
che dietro la maschera c'è la carne nuda
e sulla carne nuda brucia più una carezza che un graffio.
I pugni a battere sul legno.
Battere sordo. Di rabbia.
La porta chiusa dell’appartamento.
“Dove cazzo sei. Perché non apri?
Perché non MI apri?!”
Nessuno si sveglia nel condominio, accendono solo le luci
E io capisco.
Di quelle notti logicamente allucinate
ritrovarsi a dormire stretti alla borsa del ghiaccio
ad affogare gli incubi del giorno nei deliri di un sonno
confuso da mille storie. Stiamo lavorando per voi
Dei meccanismi analizzati fino al dettaglio
Che nel dettaglio sta la bellezza
e la chiave dell’antiautocommiserazion
nascondersi dietro l’alibi dell’empatia
per non riconoscere i soliti vecchi limiti
maturati anch’essi. Insieme.
se tutto è importante
allora NIENTE è importante
che dietro la maschera c'è la carne nuda
e sulla carne nuda brucia più una carezza che un graffio.
Liberamente tratto
Esercizi di scrittura con le orecchie che fischiano. Fischiano di brutto e basta
Volevo dedicare una canzone a Laura ma il tipo mi ha fatto slittare chissà quando
Le provocazioni fanno riflettere: “Per essere realmente umili bisogna averci un ego gigante” perché un ego grande non ha bisogno di espandersi, di strabordare continuamente dai confini della propria individualità e invadere gli altri, con l’unico scopo di delineare e affermare se stesso.
Dalla finestra parlano nei termosifoni, sono nei termosifoni come in Eraserhead di Linch e ridono
La mente che cancella. Sono in molti mi tolgo le scarpe prima o poi e ridono. Ma hanno anche smesso, lei sospira, forse la prossima volta evito, ho il mento bagnato e anche la fronte, dovevo piangere quindi è stato inutile. Una tovaglia a quadri e capelli legati, via Armonica. Meglio evitare. Era spuntato il sole sotto gli aquiloni gialli del giorno prima e lui sfogliava pagine confusamente, cercando qualcosa che parlasse di lei mentre si lavava i denti, e allora continuava a sfogliare. Mi sa che se l’è presa, forse con i punti esclamativi.
Io non ho il pigiama ma ho molti punti esclamativi e una pienezza che mi divora. Fai come ti pare Holden Caulfield “certe cose mi lasciano secco se volete proprio saperlo”.Aplomb . Le parole sono in ogni caso un compromesso. Ognuno ha una serie di immagini sinaptiche collegate a ciascun vocabolo. Ognuno ha una serie di immagini rigorosamente differenti. Allora tanto vale buttarci qualche parola sconosciuta, nuova alla testa ma musicalmente azzeccata,RIVESTIRLA del concetto che vogliamo esprimere in quel momento, affidargli per qualche secondo un’immagine che non gli è propria, e successivamente dare qualche spiegazione. Riutilizzo creativo di vecchi oggetti in disuso. Come le sculture con bottiglie d’acqua da buttare, poi devi sempre stare a spiegare quello che volevi rappresentarci, con quell’ingorgo di plastica verde. Quando ignoriamo il significato di qualcosa ne analizziamo nei dettagli la composizione, osserviamo stolidamente bottiglie di plastica. Forse dovremo semplicemente seguirne i pensieri evocati. Melodie d’innocenza.
Volevo dedicare una canzone a Laura ma il tipo mi ha fatto slittare chissà quando
Le provocazioni fanno riflettere: “Per essere realmente umili bisogna averci un ego gigante” perché un ego grande non ha bisogno di espandersi, di strabordare continuamente dai confini della propria individualità e invadere gli altri, con l’unico scopo di delineare e affermare se stesso.
Dalla finestra parlano nei termosifoni, sono nei termosifoni come in Eraserhead di Linch e ridono
La mente che cancella. Sono in molti mi tolgo le scarpe prima o poi e ridono. Ma hanno anche smesso, lei sospira, forse la prossima volta evito, ho il mento bagnato e anche la fronte, dovevo piangere quindi è stato inutile. Una tovaglia a quadri e capelli legati, via Armonica. Meglio evitare. Era spuntato il sole sotto gli aquiloni gialli del giorno prima e lui sfogliava pagine confusamente, cercando qualcosa che parlasse di lei mentre si lavava i denti, e allora continuava a sfogliare. Mi sa che se l’è presa, forse con i punti esclamativi.
Io non ho il pigiama ma ho molti punti esclamativi e una pienezza che mi divora. Fai come ti pare Holden Caulfield “certe cose mi lasciano secco se volete proprio saperlo”.Aplomb . Le parole sono in ogni caso un compromesso. Ognuno ha una serie di immagini sinaptiche collegate a ciascun vocabolo. Ognuno ha una serie di immagini rigorosamente differenti. Allora tanto vale buttarci qualche parola sconosciuta, nuova alla testa ma musicalmente azzeccata,RIVESTIRLA del concetto che vogliamo esprimere in quel momento, affidargli per qualche secondo un’immagine che non gli è propria, e successivamente dare qualche spiegazione. Riutilizzo creativo di vecchi oggetti in disuso. Come le sculture con bottiglie d’acqua da buttare, poi devi sempre stare a spiegare quello che volevi rappresentarci, con quell’ingorgo di plastica verde. Quando ignoriamo il significato di qualcosa ne analizziamo nei dettagli la composizione, osserviamo stolidamente bottiglie di plastica. Forse dovremo semplicemente seguirne i pensieri evocati. Melodie d’innocenza.
Elogio della fila

"è che la fila è una metafora della vita"
il filosofo sembrava quasi colpito. in un altro momento gli avrei spiegato
che davvero molte cose sono una metafora della vita
che ogni micro-cosmo conserva in se essenza e riferimenti alla realtà che lo contiene.
ma i discorsi intellettuali si fanno sulla "rive gauche"
secondo lei invece era migliore il concetto di "folla"
secondo me no.
se fossimo stati sulla "rive gauche" le avrei detto che topologicamente
il concetto di folla rimanda al lago, quello di fila a un fiume
e io un lago lo vedo fermo. il fiume scorre.
viviamo a stretto contatto con migliaia di persone
ma i nostri sguardi e i nostri percorsi sembrano saper soltanto
incrociarsi e ignorarsi.
cambiamo strada e distogliamo lo sguardo e questa
E' allucinante indifferenza
ma anche inevitabile conseguenza difensiva della bulimia cittadina.
evidentemente il contatto non è abbastanza "stretto".
non siamo abbastanza vicini nei condomini, 3 metri fra un pavimento e l'altro, fra una vita e l'altra
non siamo abbastanza vicini negli autobus e nelle strade, 50 centimetri d'asfalto.
in realtà non è così semplice, è anche una questione di tempo, non solo di spazi.
adoro fare file. adoro questo micro-cosmo.
te ne stai per delle ore ATTACCATO a persone
di cui non sai assolutamente nulla
e tuttavia sei costretto a condividerci qualcosa
l’attesa di una porta o di un cancello che prima o poi dovranno aprirsi
un obiettivo relativamente comune (aspettative e motivazioni varieranno da persona a persona)
succede che dopo qualche quarto d’ora di convivenza forzata
si aprono squarci d’intimità
si allentano le barriere auto-difensive
il senso del pudore
che da sempre ci vieta determinati comportamenti
che da sempre ci impone
di tenerci a una giusta distanza da chi non conosciamo
succede che ascolti i discorsi del vicino
e DEVI intervenire
sei li a farti i fatti tuoi, ad ingannare il tempo in qualche limitato modo
(limitato dallo spazio)
e finisce che senti il bisogno di dire la tua
nessuna presentazione
nessuna convenzione
sono intrusioni eroiche
contaminazioni
i capelli della vicina che ti finiscono in bocca
i messaggi al cellulare letti al di sopra delle spalle
le spinte a valanga partite chissàdachi
le scuse sincere per un piede pestato
il titolo del film che non ti veniva in mente
e tutte le piccole storie rubate con cortesia.
Se la fila è davvero una metafora della vita
Forse quello che ci manca
Nella vita
È sapere cosa stiamo aspettando
Diario: 20 aprile 1995

Ieri il mio papà mi ha regalato un regalo bellissimo. Me lo a portato quando è tornato da lavoro. Mi ha regalato un palloncino volante. Un palloncino volante è una specie di mongolfiera di carta stagnola colorata che vola. Non è proprio che vola come gli uccelli. Viaggia in su verso l’alto. Appena il mio papà l’ha lasciato si è subito arrampicato sul soffitto. Io non ci arrivavo a prenderlo. Il mio papà che è altissimo l’ha preso e me l’ha legato al polso. Mi ero dimenticato di dirlo che un palloncino volante ha un filo attaccato che si usa per tenerlo a terra . La mamma mi ha raccontato che un palloncino volante vola perché dentro ci soffiano dentro la stessa aria che c’è dentro il sole. Allora lui vorrebbe ritornarci nel sole. Ma io gli ho detto che se si avvicina troppo scoppia perché il sole è BOLLENTE! Comunque lo tengo sempre legato al mio polso perché non si sa mai. Dopo sono sceso ai giardinetti perché il palloncino doveva salutare il sole. Sulla panchina davanti alla rana saltellante c’era una ragazza seduta che piangeva. Io dondolavo sulla rana e gli chiedevo perché piangeva ma lei stava zitta muta e non diceva niente. Aveva la pelle bianca e un viso normale, dei capelli neri neri che gli coprivano gli occhi. Gli occhi non lo so di che colore erano perché erano coperti dai capelli però secondo me erano di colore blu, perché il blu è il mio colore preferito. Si beveva le lacrime con la bocca, come faccio sempre io quando la mamma non mi fa vedere la televisione dopo mangiato perché dice che fa male alla diggestione. Io non lo so che cos’è questa diggestione e allora piango perché voglio vedere i cartoni animati. Siccome non mi rispondeva sono andato alla fontanella a lavare il mio fazzoletto personale da raffreddore che è personale perché c’è scritto il mio nome e ci soffio il naso perché la mia mamma mi dice che se tiro su poi mi vanno le caccole in bocca e a me mi fanno schifo a mangiarle. Sono tornato alla panchina con il fazzoletto pulito pulito ma pieno di gocce, allora ho detto una bugia. Le bugie non si dovrebbero dire però se sono bugie buone forse se ci stai attento le puoi dire qualche volta. gli ho detto alla ragazza che poteva asciugarsi col mio fazzoletto, che però siccome avevo pianto tanto era bagnato zuppo di lacrime e che allora doveva smettere di piangere pure lei. Allora ha alzato la testa verso di me e ha tirato su col naso e io ho fatto una faccia un po’ schifata, ma non volevo che mi vedeva con quella faccia brutta, si spaventava e piangeva un'altra volta, allora gli ho detto che se voleva potevo lasciargli tenere un po’ il mio palloncino, bastava che non me lo faceva volare via e che era capace a sciogliere i nodi, perché io non sono capace neanche a fare il nodo delle scarpe e quando papà non mi vede mi infilo i lacci dentro i calzini così non se ne accorge nessuno. Allora la ragazza guardava il palloncino. Mi ha detto che era molto bello ma aveva paura di tenerlo perché ieri notte l’ha fatto volare via uno quasi come quello. Ed era per questo motivo che stava piangendo. Io gli ho detto che non era possibile. Perché i palloncini di notte non volano, perché di notte non c’è il sole e i palloncini volanti possono volare solo se vedono il sole e vogliono andare a trovarlo. Mi ha detto che quello era un palloncino strano. Non andava verso l’alto, FLUTTUUAVA (ha detto così) all’altezza della sua faccia. E mi ha detto pure che gliel’avevano legato troppo stretto al polso e che gli faceva molto male, allora lei lo ha sciolto un attimo per fare meglio il nodo, e quando l’ha sciolto in un secondo il palloncino aveva iniziato a salire e lei l’aveva perso. Gli ho detto che poteva fare un saltone lunghissimo e riprenderlo ma mi ha risposto che non valeva la pena, che il problema secondo lei era l’aria nel palloncino. Era l’aria ad essere sbagliata. Mi ha anche detto, con una faccia seria seria e la mano che mi accarezzava i capelli, che a volte la felicità è pesante. Io non ho capito che centrava la felicità coi palloncini volanti. E gli ho detto che magari non era colpa dell’aria ma del palloncino che non voleva volare. Io gliel’ho detto al mio palloncino che il sole è pericoloso e brucia, forse il tuo palloncino preferiva starsene tranquillo vicino alla terra, vicino a te a guardarti. Lei a un certo punto si è girata e ha smesso di guardarmi e di parlarmi. Poi la mia mamma mi ha chiamato dal terrazzo che era pronta la merenda. Allora io ho preso il palloncino e con impegno me lo sono slegato e l’ho attaccato alla panchina con il nodo più difficile che riuscivo a inventarmi, senza barare perché volevo stare tranquillo che non la lasciava sola e sono salito in casa a mangiarmi due fette giganti di pane olio pomodoro sale e un po’ di acqua per ammorbidire il pane.
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