lunedì 13 dicembre 2010

La bolla dei tulipani


e un gioco. ho preso ad imitarti. distaccando dalla mia superficie i cenni di comprensione e condiscendenza. rabbonendo gli scrupoli conseguenti con iniezioni di disinteresse e non mi importa ecco tutto, venire da dentro. e una specie di soddisfazione e di maturità da appendere ai muri, col disegno dalla parte della vernice fresca a impolverare l’evidenza rilevante e i significati in primo piano. sono soltanto richieste di senso, da condividere. sono soltanto innocentemente illegittime, provocazioni di curiosità. e dimmi se io sono solo infinite parentesi nel quotidiano in cui distrarti e cercare uno sguardo, niente di più, domande spedite all’angolo dei lettori, posti vuoti in prima fila nella platea di un teatro gremito, donazioni ai fondi di aiuto umanitario con nome troppo lungo da ricordare, commenti circostanziali col palato di sugo e carne al telegiornale della cena, per distogliere lo sguardo della bottiglia d’acqua, che è vuota. qualcosa come evitare qualsiasi profondità o anche una qualsiasi tangenza, dispacci telegrafici in pillole d’esistenza distante, valutazioni oggettive per condividere la morte del tempo. e io se me l’avessi concesso mi sarei reso oltremodo utile, ma un giorno mi hai detto che non dovevo assolutamente spedirti i regali per posta, neanche se a suonare il campanello era un altro. e io sorridevo il giorno che ho scoperto che i libri di una volta avevano le pagine attaccate, per esigenze di stampa e per riqualificare i tagliacarte, e che una pagina ancora non tagliata non l’ha mai letta nessuno e tu sei il primo a leggerla, il primo a respirare sull’inchiostro scagionato e gli occhi ad aspettarlo emozionati, sorridevo a guardarci vicini, e così al sicuro da tutti gli equivoci e l’ansia e il dolore e le pareti ad sostenerlo, così serenamente guardarti, nelle geometrie di una tempesta che ha cambiato tutto senza lasciar residui di se, se non nel cambiamento stesso.

giovedì 2 dicembre 2010

Volontà generale

Voglio trovare quel libro in cui si spiegava che i moti studenteschi ’68 erano stati strumentalizzati dal sistema economico-commerciale per distruggere i vecchi valori come la famiglia patriarcale e permettere il dilagare del consumismo, “babbo non rompere il cazzo e comprami questa Playstation”, che da 40 anni ancora aspettiamo questi benedetti nuovi valori, a cacciare il vuoto apatico solidificato. Voglio leggere l’articolo di Pasolini in cui si parla del capovolgimento nella lotta fra studenti (figli della borghesia) e polizia (figli del proletariato). Voglio la confutazione dei luoghi comuni, e non vedere bottiglie di vino e gente ubriaca alle manifestazioni. Voglio veder gente urlare col sorriso, non con violenza. Voglio gli studenti veri a manifestare, e gli altri a casa a recuperare il tempo perso. Voglio sapere quanti di quelli che occupano invocando il diritto allo studio, lo portino anche avanti come un dovere, applicandosi quotidianamente con costanza e consapevolezza dell’importanza sociale del loro gesto. Voglio un sociologo che mi spieghi la sociologia della folla, e se l’ebbrezza nel gesto di occupare i binari o qualsiasi blocco pubblico sia più dovuta a un senso di partecipazione politica fraterna o alla semplice violazione della legalità protetta dalla forza del numero. Voglio capire ingenuamente qual è il modo appropriato per cambiare la situazione. Voglio investimenti all’università e alla ricerca , e una riforma totale del sistema scolastico dalla base, rimuovendo dagli obiettivi quello di “parcheggio a tempo indeterminato” e aggiungendo l’anti-lobotomizzazione e risveglio della consapevolezza individuale e del pensiero consapevole, anche se l’ignoranza fa bene al commercio, e la con la manodopera meno qualificata si risparmia. 





mercoledì 1 dicembre 2010

La consistenza del disordine

La tangenziale in punta di ruote avvicendarsi roventi e asciutte come una bocca affamata, intervalli di soffi allontanati verso le estremità dell’orizzonte stradale, al centro di tutto una scatola di cartone congelata in saltelli e scatti, ancorata all’asfalto, e intorno roteare le tessere di un puzzle, ravvivate dai veicoli in transito, foglie sullo sterrato al tocco del vento nelle sere di fine estate. che a qualcuno è venuto in mente di gettarle li, dal finestrino o dal bordo del prato adiacente, facendo pressione con la mano sul metallo ondulato del guard-rail per caricare la forza giusta del lancio, e poi l’esplosione secca al primo contatto e lo spargersi di frammenti, pezzi di vetro infrangibile, già separati prima di cadere, già distrutti prima del salto. ciascuna ruota sceglie il suo pezzo, lo schiaccia violenta fissandolo a terra e si compone, automobile dopo automobile, un mosaico storto, strappato di colori, asfalto, e cartone dei pezzi al contrario, informe, astratto e incomprensibile, ma più solido e immobile di qualsiasi incastro corretto, di qualsiasi composizione da appendere in salotto, ore per delinearne il contorno, giorni per riempirne gli spazi.

venerdì 26 novembre 2010

La diceria dell'untore

“Era veramente divenuto un gioco, alla Rocca, volere o disvolere morire..”  i malati di tubercolosi hanno una probabilità su tre di sopravvivere, l’indovinello dei cappelli, tre bianchi, due neri, tre persone bendate sceglieranno un cappello ciascuno, poi in base all’osservazione del cappello altrui si salverà chi saprà dedurre il colore del proprio. in linea di principio è salvo solo chi vede due cappelli neri. i primi due rinunciano , vengono uccisi. l’ultimo a questo punto ha la certezza che il suo cappello è bianco. infatti se fosse stato nero il secondo avrebbe capito di non poter avere esso stesso un cappello di quel colore, altrimenti il primo avrebbe avuto la certezza di indossare un cappello bianco, e così si sarebbe salvato. è solo grazie alla morte dei primi due che il terzo riesce a salvarsi. e se non l’avete capito fatevi un disegno. e non è un vero e proprio sacrificio, perchè il primi due non possono scegliere. gli attori prendono fiato ad ogni parola. la morte balla con loro, o forse è la vita, o forse è l’amore. il primo livello è il limbo del sanatorio, il secondo livello, la città. travestirsi da vivi per scendere a Palermo, fuggire nelle campagne, fra processioni di   contadini e santi, e il rosso nei fazzoletti pieni di tosse, nelle scene dei film visti da bambino, nascosti di fretta in tasca, prima che uno sguardo compassionevole e preoccupato li intercettasse. Di solito prima o poi nei film succedeva sempre. la verità è che in tutti questi millenni di guerre e sconvolgimenti non c’è un solo evento paragonabile per importanza  alla piccola catastrofe della mia morte. un giorno cercherò le parole precise. che scorrono come poesia o musica, nel momento in cui la disattenzione ne uccide il significato diretto, un treno che uscito dai binari continua il percorso, danzando. la scalinata unisce il cielo con l’inferno, sangue di radici colate che crescono rami spogli. sventoleremo le nostre radiografie per morire poi di dolore essendoci scrutati fino all’interno, e averci scorto il cupo male bianco. le terremo nascoste sotto il cuscino come una foto nel portafogli scattata su una cabina alla stazione di Firenze, che nel secondo scatto tu hai il sorriso più bello. i capelli corti del disonore, i sogni da ballerina, le notti a parlare da sola a far la guardia a un casello di campagna, fra giochi inventati e racconti, sul vomito dei vagoni e i frammenti di giornale, il presente come cruna di un ago, in cui il futuro penetra nel passato, e non mi importa di quant’eri bella da giovane, e non mi importa di leggere i documenti sulla tua vera storia, le tue menzogne ricamate, ritrattate per gioco o per gioco inventate. amo le tue guance scavate, i tuoi balli sfiniti, i capelli che ti sono ricresciuti, la morte nella tua bocca e le ultime urla di vita che si spengono nei tuoi occhi. e allora nasconditi in camera senza muoverti dal letto, coi vestiti e i trucchi nell’armadio per non mentirti più. oppure fuggiamo, per ritardare l’ora della separazione, lontano in corse d’automobili a raccontarti la mia vita e la mia terra. La morte ti prenderà comunque, in un ultima esplosione di febbre. e io invece sarò salvo. in questo capriccio di Dio, questo gioco per placare la sua solitudine, o la nostra. verrò dimesso dalla Rocca, e  guarito ritornerò fra i vivi. 

martedì 23 novembre 2010

Abito

L’abitudine dovrebbe essere al massimo una consolazione, non un alibi. I colpi sul muro. Fuori da ogni ritmo. I sogni sempre più nitidi, tirar su la tapparella e aprirsi al buio, perchè allo stesso tempo una tovaglia a fiori cade giù, celeste scuro. Sul balcone l’orizzonte oscurato dalle nuvole buie, o fumo di vulcani islandesi, e un cerchio di luce, il faro di un elicottero che atterra in cortile senza il vento normalmente incluso o il salvataggio dell’economia irlandese mentre sceglie se declassare lo stato sociale o aumentare la tassa sulle aziende come quando è caduto l’appendi abiti e mi s’è stretto il cuore, che rimandasse forse a un qualche dolore travestito di metafora, ti prego non farlo di nuovo, ho preso le felpe e le ho spostate sull’armadio. Quando cado io è una liberazione. Invece  se cade qualcos’altro. E osservare attentamente è come correre invece di camminare, ci perdiamo i piani alti dei palazzi, i balconi eleganti e la gente che addobba gli alberi di natale come suggerito dalle pubblicità previdenti. Dove finiscono queste immagini, ci sarà un limite all’ingombro di particolari di cui si coronano le idee e le forme, o continua ad aver senso, giorno dopo giorno, collezionare tavoli mentali ed arredamenti componibili per abitare i proprio luoghi di riflessione, interruzioni intermittenti nella quotidiana epopea di disattenzione e disconsapevolezza. mi distraggo quindi sono. non posso essere presente di continuo, devo uscire, devo prendermi pause di deriflessione, devo perdermi altrimenti mi stanco, torno presto, tanto so bene cosa fare anche senza di me, sono abituato, sono involontario, la normalità stessa è frutto della selezione naturale, sopravvivono e si tramandano i più adatti a sopravvivere, evidentemente una telefonata allunga la vita, e anche l’iterazione pubblicitaria, la metodicità autosufficiente desensualizzata, come sarebbe straziante gestire e ogni singolo respiro, come sarebbe noioso supervisionare ogni minima azione, l’abitudine è il vantaggio di aver più tempo per pensare, non una  scusa per non aver bisogno di farlo.

sabato 23 ottobre 2010

Rischio morale




Le buste della spesa ormai si lacerano tutte. Incuranti del sempre più allarmante problema dello scioglimento sistematico dei surgelati. E non so neanche se avrò voglia sta sera di incontrarti al compleanno dei nostri bambini. Cercare le tue scarpe piegato a gattoni mentre raccolgo i tasselli verdi delle costruzioni che sono scivolati sotto l’armadio. Far finta di essermi incastrato il braccio con la mano sepolta nel buio, che magari ha paura di star li e per distrarsi inizia a tamburellare il pavimento morbido di gomitoli di polvere. Mantenere una posizione consona e insospettabile col resto del corpo cercando eventuali corrispondenze con la parola “comodità”. E poi ho sentito la tua mano abbracciarmi le dita, tirarmi dal buio per trascinarmi in quel rifugio infantile. Ho sbattuto la fronte sul legno che l’ultima volta non avevo avuto bisogno di chinarla, l’ultima volta non avevo dovuto schiacciarmi contro il pavimento claustrofobico, con la maglietta che si arricciava e il freddo a calpestare la pancia. Quando è passato anche il sedere tu continuavi a tirare con forza e mi sono ritrovato a darti una testata. C’erano solo le nostre teste giganti appoggiate sul dorso delle mani a scambiarsi respiri d’aria sempre più rarefatta. La luce si fermava alla guancia sinistra, come un profilo dei disegni all’asilo, con le mani che erano dita convergenti e i capelli che si potevano anche contare, gli stessi che un giorno avevamo confrontato, per capire quanto lontano nel passato si fosse spinto il nostro complice disaccordo. Ti ho detto che prima di uscire avremo raccolto tutti i segreti che erano spariti la sotto. Quelli che si erano salvati dall’aspirapolvere. Quello che avevamo perso senza sapere dove, rotolato in quegli angoli che finché te ne stai fuori non riesci ad arrivarci. Tu avresti trovato una caramella allo zucchero, una moneta da 100 lire e un Ovetto Kinder-sorpesa che avevi buttato piangendo perché scuotendolo ti era sembrato che ci fosse un regalo di quelli che non si costruiscono, io una macchinina blu senza una ruota un bottone da occhi di pupazzo di neve. E te ne sei accorta che avevo nascosto qualcosa in tasca. E mi hai tirato per i capelli per parlarmi all’orecchio. E allora ho tirato fuori un ammasso di pongo schiacciato, che non si riconosceva più il soggetto originale, l’ho preso e l’ho  premuto contro il bordo, come le gomme sotto i banchi di scuola. 

giovedì 21 ottobre 2010

Per fortuna non ci si sposa più per corrispondenza



In televisione hanno detto che è un mese che sei partita. però io la televisione non la guardo. Sono passato qualche volta dalle parti di casa tua, ma tu non c’eri, e allora ho deciso di fregarmene dei sensi di circolazione vietati. Divieti senza motivo aggiungo. E’ come quando accendono i riscaldamenti, che sembra una vita ad attenderli nel freddo dei risvegli precoci, che sia inverno da sempre e che tu te ne stia altrove da sempre. Novunque. Dove c’era casa tua adesso c’è un ascensore gigante, l’hanno costruito per evitare tutte quelle strane disarmoniche scale e quelle porte che conducevano soltanto a un altro corridoio e accrescevano solo l’intimità dell’ingresso. allora ho pensato che un giorno progetterò una casa senza scale, in cui ogni stanza è un gradino più in alto delle altre e per arrivare in cima devi attraversare tutto l’edificio metterti le pattine all’entrata. Nel posto in cui ci siamo salutati non ci sono più andato, perché questa stanza ha sempre più pareti e sempre meno vicini, e così almeno posso recitare Amleto allo specchio senza abbassare la voce o sentirmi in imbarazzo o intercettare conversazioni telefoniche e litigi che poi si sarebbero rivelati dibattiti politici. Alla finestra c’è il solito pezzo di cielo, dicono che bisogna sempre fare in modo di avercelo un pezzo di cielo, alla finestra e io sono contento perché molto spesso è un ritaglio sereno, indispettito e distante da quello che succede alle altre finestre. E vorrei averceli anche io i prati verde saturazione digitale. Non ho più fatto una foto ne tagliato i capelli, però cucino spesso, suono soltanto in sala prove e quando attraverso la seconda uscita di una rotonda ho qualche brivido e rido. Qua di notte in montagna partono autobus dall’Inghilterra con le tue compagne d’università. Però una signora con i modi spocchiosi mi ha assolutamente detto che a Milano non fermano.  Qua molta gente si annoia e io vorrei solo impedirlo, ma con intromissioni discrete perché gli specialisti ci hanno spiegato che urlare nelle orecchie di una persona che dorme può essere traumatico e dovremo limitarci ad alzare lentamente le serrande a sorridere del tremito al di sotto delle palpebre, sorrisi casualmente accennati nelle infinitesime alterazioni involontarie della bocca. Nel frattempo sto gradualmente provando un campionario dimostrativo di vecchiaia, questa settimana ci hanno proposto un tenue mal di schiena, per la prossima settimana ci hanno già spedito un pacco con degli occhiali, perché per leggere ne avremo bisogno. A volte vorrei parlarti di te, del tuo arrivo all’ aeroporto che c’ero io a non-aspettarti con un’insegna gigante e una scatola di cartellini adesivi per dare un nome a tutte le cose nuove che ti trovavi davanti che è poi come uscire dopo il primo giorno in classe e averci in testa una massa di visi tutti uguali a parte il ragazzo che in mezzo alla lezione si è  alzato per fare una domanda su un libro di testo e tu hai notato che nel punto in cui i capelli spettinati cadevano sulle orecchie c’era un ricordo di qualche anno prima e ti sei affrettata per recuperarlo prima che la domanda fosse finita del tutto. Adesso che tutti hanno una faccia diversa ti saresti preoccupata di staccare i cartellini e me li avresti spediti. Io ci avrei costruito una geografia del tuo mondo su una delle pareti libere, però prima avrei controllato se l’adesivo si fosse portato via anche qualcos’altro. sarebbe stata una ricostruzione migliore. Qui la geografia cambia ogni giorno. Nell’appartamento vicino stanno ancora facendo i lavori, ma sono meno rumorosi del solito, forse imbiancano. I luoghi cambiano di significato e sotto a un mercato capita anche di trovarci un teatro nascosto. Io ogni giorno mangio una briciola di pane per averci almeno la percezione di poter sempre trovare la strada del ritorno. Un ritorno qualsiasi.

Tu forse non ti perdi più.

giovedì 30 settembre 2010

Questa volta si capisce che sei tu

E vorrei chiamarti a volte. Anche solo per parlarti all’orecchio, senza che tu dica nulla in un monologo o un soliloquio a seconda che la definizione sia quella giusta, sia quella in cui un ascoltatore da qualche parte è pur presente in scena, anche se non può parlare perché non ha uno spazio proprio dove poterlo fare. Raccontare di quando mi piace sentirmi chiamare al supermercato, che invece è una mamma chiama il suo bambino, che prima mangiava e rideva un pezzo di parmigiano. E dell’altro giorno quando appena arrivati all’agriturismo, nella vecchia stanza di un mulino, un gruppo di anziani pranzava in fondo alla sala davanti a una tv parlando di racconti partigiani che a fargli una foto sembrava una piccola scena domestica privata. E cercarti su google, riempire il campo “simile a” e “nelle vicinanze di” e ricevere come risposta “forse stavi cercando: la solitudine al 50% di sconto” e averti fatto sorridere davvero almeno una volta, senza l’utilizzo di programmi di fotoritocco. E sciogliersi in elenchi di proposizioni rette da un infinito presente solo per esercitarsi nello stile delle centrali elettriche, scrivere a carattere 72 per non farsi influenzare da nulla che non siano le dieci parole scritte in precedenza. In quei giorni andava di moda farsi un bicchiere di caffè doppio da consumare durante la giornata per averci gli occhi giganti e il cuore acceso e niente di completamente immobile in corpo. Confessarti ridendo di non aver mai conosciuto una persona che se la prende per motivi così scemi, e quanto questo sia riuscito a limare nel tempo la mia fottuta apprensione da neo-genitore-pre-pensionato. Amare così tanto gli scrittori francesi da volerne imparare la lingua. E che la prima cosa che insegnano di una lingua sono i numeri. Come se davvero fosse poi così importante quantificare. Come se poi fosse davvero importante salutare François o un suo amico biondo. Se poi davvero fosse utile rimanersene chiusi in casa a comprimere lo spazio dando una maggiore importanza voluttuosa al tempo. Farsi bastare una tovaglia piegata in quattro e appassionarsi in pareri non richiesti sulla possibilità di parcheggi in divieto di sosta. Siccome sono troppo scrupoloso per rubare un cartello stradale e macchiarmi di un qualche crimine federale un giorno ne compro uno e lo appendo in camera. Progettare messaggi di auguri per la nuova casa. Inviti a soffermarsi su ogni quadrato di muro, ogni mensola vuota. In attesa che durante l’anno si riempia gradualmente improvvisa di senso e di storia e di ricordi. Parlarti dei progetti di sconvolgimenti letterari, di tecniche ai limiti della comprensione coadiuvate da crolli grammaticali ed elisioni sintagmatiche. Oltre Giacomo della gioia o della signora Lupo. Che a volte la finestra sul retro si affaccia sull’unico pezzo di città sereno, che sono lontano come Parigi, anche se ancora non ho mai visto Londra. Dei miei disordini architettonici infantili di cuscini e coperte. Capire perché lo facevamo. Capire perché lo facciamo ancora, e con materiali metaforicamente diversi. Imparare ad abbracciare gli oggetti convessi senza anchilosarsi una caviglia e senza schiacciare troppo il volto contro il vetro sporcandolo di respiri caldi e curiosità. E i paradossi stoici sul divenire dei conigli parlanti. E i libri consigliati da attori balbuzienti, ciechi ed obesi. E gli esercizi di stile con cui riproporrò le mie stesse parole cambiando tutto ciò che le circonda. Che poi forse metà della comunicazione dipende da quello, e l’altra metà dal tipo di scarpe che indossi. Tu ascolteresti tutto ciò. Intervallando i miei silenzi parlando dei compiti di matematica di due anni fa’. Tirando su col naso o colpi di tosse solo per disturbare i miei film mentali. Masticando uva bianca prima che anch’essa diventi fuori stagione.

IO NEI RACCONTI NON BEVO MAI

Grazie M.P.

La linea gialla delimitava l’area che ospitava i bagni alla turca, per favore mantenere la distanza in modo da agevolare le operazioni e mantenere una certa composta discrezione e io non l’avevo mai visto un cartello dilungarsi in questo modo, ci mancavano solo i commenti poco sarcastici di un indelebile blu a completare il romanzo a puntate come note posticce a piedi pagina. Mi ricordò non troppo fantasiosamente in un naufragio di lucidità l’immagine di un ipotetico indomani mattina ad abbracciare le valige flosce di oggetti dimenticati a casa fino a sollevarle all’altezza degli scalini del vagone 7, un vagone a caso, li dove il treno si fermava ad interrompere le mie solite divagazioni estemporanee sui balconi dei palazzi di fronte in cui cercavo di scorgere una linea di interpretazione momentanea che mi offrisse uno sguardo immaginifico sugli ipotetici abitatori, sempre che non me li trovassi di fronte a stendere il bucato in canottiera a materializzare ogni dubbio o sempre che non mi trovassi un orizzonte di aperta campagna in cui non mi restava che sbriciolare ogni mia mania deduttivo-indagativa e riqualificare il senso stesso del mio ricordo-proiezione futuro:  oltrepasso la linea ormai morsi e sbavature ma solo perché da li ho una visione completa sul disordine dei lavandini, dev’essermi caduto qualcosa dalla tasca mentre tiravo fuori il fazzoletto, mentre mi asciugavo il viso appena lavato, mentre mi accorgevo che l’asciugatore era guasto, mentre richiudevo il rubinetto con tiepidi movimenti igienici, mentre mi tiravo acqua in viso per recuperare ore di sonno inesistenti e un po’ di credibilità di fronte all’immagine che andavo distinguendo di fronte a me e anche di fronte al tizio che era appena uscito dal bagno che sembrava essersi liberatamente rifiutato di lavarsi le mani più per evitare la mia vicinanza che per pigrizia o diseducazione, si che magari se mi sistemo decentemente quello ritorna ed ovvia alla sua inottemperanza (con questa parola l’autore ci proietta nel campo esperienziale dei cartelli onnipresenti nelle aree di interscambio fra un vagone e l’altro, sempre l’indomani mattina, sempre abbracciando le valige mentre mentalmente sbraita un’espressione molto disinvolta e col piede tenta di aprire una porta strettissima che divaricherà facendo perno con la schiena gettandosi verso un futuro migliore in un vagone presumibilmente privo di suonatori di fisarmonica o di camminatori coi calzini al vento) insomma il mio fabbisogno paranoico giornaliero evidentemente non pienamente appagato esige che io sia immotivatamente convinto che qualcosa di importante mi sia caduto dalla tasca. Questo per la semplice constatazione ordinaria che nelle tasche frontali non abbia nulla escludendo un paio di scontrini regrediti al livello di palline indecifrabili. Dai bagni un odore di stazione, di pozze sospette da sottopassaggio, dei lunghi passi fatti per evitarle e salti indomiti delle valigie a carico. Quando mi abbasso fa ancora tutto più schifo, mi piego per sondare il pavimento di pedate e impronte e scarpe, come se ci fosse del fango, come se non fossimo in pieno centro ma in un bar piovoso con ingresso sterrato e tanto di giornali sul pavimento d’ingresso che nessuno sembra dargli molta importanza, fatta esclusione del tipo profondamente colpito dall’articolo estivo sull’incipiente siccità che sosta ebete per qualche secondo prima di accorgersi che la data è di sei anni prima, e lui sei anni prima era da tutt’altra parte, e a far riaffiorare i ricordi finisce per rimanere in quella posizione, ebete, finché qualcuno da dentro non caccia un urlo perché sarebbe anche il caso di chiudere la porta che fa freddo. Io dalla porta dietro di me sento degli evidenti spasmi di cedimento gastroenterico. E quando mi volto capisco il motivo della linea gialla, che le porte sono devastate da chissà quale rissa o gesto immotivato, o forse è solo legno marcio con le sue crepe di morsi, legno laccato di grigio come le porte di una scuola, o quelle di un bagno pubblico. E‘ lei dentro piegata a inghiottire fuori il disordine umorale interiore. E’ lei che mi fa dubitare di essere entrato nel bagno giusto. E non sarei comunque l’unico ad aver sbagliato, io almeno mi sono lavato le mani, e comunque sulla destra ci sono gli orinatoi quindi signorina mi dispiace molto ma E’ lei che è pregata cortesemente di spostarsi nel locale accanto dove potrà proseguire in piena libertà il suo rigurgito fisiologico. E’ lei di cui riesco a distinguere solo i capelli, e le mani aggrappate alla tavoletta alzata, e al termine di una parentesi igienistica in cui un documentario mostra tramite una grafica sovraesposta l’evolversi esponenziale di una popolazione di batteri dal nome in latino, e di uno spezzone di filmato in cui prima di far utilizzare il mio bagno do una passata veloce con lo spray disinfettante, mi soffermo su quelle mani, che normalmente sono l’ultima cosa che guardo in una persona a meno che non soffrano di un’eccessiva sudorazione, e penso che un’ipotetica persona che a un’ipotetica domanda sulla parte del corpo che per prima guarda in una donna risponda “le mani” (al terzo posto dopo occhi e scarpe secondo un recente sondaggio) quelle mani li, con quello smalto e le dita che nel mio vocabolario interiore vengono immediatamente inserite come foto mancante alla voce “affusolato” benché cosparse di batteri prolificantisi. Insomma quelle mani li  dovrebbero piacere. Per la gioia di chi al secondo posto ha scelto “le scarpe” dovrei piegarmi a guardare sotto, li dove finisce la porta, ma non mi sembra molto educato e allora torno discretamente al lavandino, riprendendo a lavarmi le mani, riprendendo da dove ero rimasto, aspettandomi di vederla uscire dallo specchio, in un biancore sconvolto, chiedere scusa ai presenti, che poi sarei io, e avvicinarsi al rubinetto a sciacquarsi colpevolmente timida la bocca, stupendosi ma senza esagerare del trucco colato dalla frangetta disarmonica. Invece dopo qualche minuto di temporeggiamento: variazioni sul tema, la sua voce “senti io non lo so che razza di merda hai toccato ma secondo me adesso le mani le hai pulite quindi passami qualche metro di carta per pulirmi e graziosamente evita di guardarmi quando esco, che se mi faccio schifo voglio essere la prima a pensarlo”. Io la prima cosa che guardo in una donna è la voce (5,2% degli uomini, dati alla mano) quindi quando chiudo gli occhi e le passo una palla arrotolata di carta potrei esserne praticamente già innamorato. Come in una scena di un film presumibilmente girato da Antonioni lei adesso parla con la mia nuca riflessa nello specchio mentre io le do le spalle e frugando nelle tasche nervosamente finisco per ricordarmi che stavo cercando qualcosa.  E mentre dentro di se riflette sul fatto che in un film presumibilmente girato da Antonioni io dovrei somigliare un po’ di più ad Alain Delon mi tira su un discorso strano sul fatto che non devo prenderla per una persona superficiale, che in realtà lei negli ultimi tempi  beve solo per vomitare,per quella liberazione dolorosa e incontenibile, per i cinque minuti di lucidità che sta passando ora, per il buco nello stomaco, per il dolore sotto le mascelle provocato dalla tensione muscolare, per la gola acida di sputi, perché con quel gesto si svuota metaforicamente di tutto quello che si tiene dentro, è come URLARE mi dice, mi dice che in fondo ognuno ha il suo grido di disapprovazione, mi dice che si chiama Valentina, mi dice che non potrebbe sopportare l’idea di cacciarsi un dito in gola, mi dice che non potrebbe sopportare l’idea di urlare davvero, magari in faccia a qualcuno e magari ferirlo, col solo scopo di sfogarsi. Mi dice che adesso è serena e che il gruppo che ha suonato sta sera non riusciva neanche a sentirlo. Mi dice che adesso è serena anche con un po’ di mal di testa e la stanchezza dovunque “mi succede al massimo una volta al mese, di solito prima di ritornarmene a casa dai miei, così evito di portarmi dietro pesi inutili”.  Gli dico che è il motivo meno stupido che ho sentito fin’ora, fra i motivi per cui bere. Che è molto meno stupido del motivo per cui io sta sera non ho toccato Alcool  ed “è molto meno stupido del motivo per cui questa sera proprio non mi va di parlarne” . Penso che adesso vuole rimanersene da sola, allora esco stringendogli appena un po’ di conforto sulla spalla mentre la guardo in faccia per la prima volta. Esco prima che possa trovare il modo di contattarla, prima di chiederle graziosamente il numero. Io domani nella carrozza senza suonatori di fisarmonica di sicuro la ritrovo, ho riconosciuto l’accento, a costo di farmi tutti i vagoni a piedi con le valige in mano e le ginocchia a sbattere per farmi spazio fra le smorfie e gli insulti. Mostrare un’espressione molto disinvolta mentre le chiedo se il posto accanto a lei è libero. Ognuno ha il suo grido di disapprovazione, ognuno la sua dichiarazione silenziosa d’aiuto.

mercoledì 22 settembre 2010

A noi invece ha parlato solo dei biscotti

erano molte di più.

C'è un bel silenzio qui. una volta abituati al condizionatore quando lo spengono sembra di raggiungere un livello più alto di afonia. come  SE qualcosa CHE si svuota. che poi chissà di chi è quell'accendino giallo. forse del tizio col sorriso da RAI 1. da grande voglio costruire palazzi, opere architettoniche ambiziose folli di creatività. però voglio delegare qualcun altro come responsabile. fargli curare l'aspetto burocratico. e anche le certificazioni di conformità. insomma se poi quello che costruisco crolla non voglio che il merito spetti a me. grazie lo stesso. Oggi ho scritto che noi siamo intuizioni. anzi che siamo le parole inadatte che si arrampicano e tendono a definirle e a significarle. mi sembrava saggio.  Passavo in una via del centro. davanti ad un luogo di preghiera musulmano. sulla porta c'è un muro di scarpe accatastate, e io non ho neanche il tempo di elaborare l'immagine che mi arriva addosso un vento ingombrante di piedi e calzini arrotolati. ho pensato che fosse la definizione giusta di intuizione. ho pensato che di fronte a un intuizione (o forse sarebbe più giusto dire attorno) la prima sensazione è di stupore e compiacimento, la seconda e frustrazione di non avere il modo giusto di trasmetterla. perchè le idee sono colorate e noi abbiamo solo parole in bianco e nero. perchè l'intuizione è un salto, come ritrovarsi dall'altra parte di un ponte distrutto senza sapere COME e doverlo spiegare a chi è rimasto all'altro capo. Un lampo di neuroni che per qualche istante invade all'unisono un mosaico di immagini sfiorandole appena. il diaframma che si restringe per contenerlo. e infine di nuovo il buio. per spiegare un intuizione mi hanno detto che ci serve un testo allegorico-evocativo. uno Zarathustra o una bibbia, o le Upanishad. mi hanno detto che è il massimo a cui siamo arrivati. 

P.S. però fra un po' arrivano i nuovi Barbari.


sabato 18 settembre 2010

Mi sono appena accorto che manca il post che dava il titolo al blog




10 Giugno 2009





...indubbiamente responsabile di un solitario indelebile affronto di quella che sembrava essere da molto più vicina ad un ultimo gracile effimero onomatopeico toc toc 
era l'esperienza generale a favorire l'intercorrersi inedito di boiccottate similitudini..e nel buio piano piano perdevi la concezione della presenza dei tasti, eppure i tasti erano sempre li dove le tue dita ormai incosciamente indirettamente inconsapevolmente avevano imparato che fosssero, un giorno t'eri reso conto che a forza di battere sulla tastiera le tue mani e la tua testa avevano ingenuamente interiorizzato la posizione delle lettere.. ed era l'ingenuità e l'involontarietà della nuova capacità acqistata ad intessere quel senso di meraviglia.. le foglie aumentano nel fragore ottuso di un gemito solo tardivamente compreso solo tardivamente assimiliato analizzato interiorizzato e illeggitimamente rimasto solo, insieme all'inettidtudine minacciosa di un minimo movimento facciale e alla spossatezza e la spaesatezza di un subitaneo slancio d'orgoglio.. non conoscevo la pronuncia di migliaia di parole sconosciute eppure mi riservavo il diritto di condizionare le mie ombre con affascinanti disquisizioni lessicali comunemente fuori luogo e fuori tema...nella povera ricorrenza di occhiate e moderni sentimentalismi sentivo tragicomiche esclamazioni di sotterfugio ed esibivo timidamente un vecchio passaporto d'oltralpe fabbricato provvisoriamente per celare ineccepibili ma allo stesso tempo ignare supposizioni manipolate... spesso l'articolata paesaggistica sovietica ricorda veloci e e fugaci rimescolanze di moderati e superflui pettegolezzi.. esauditi gli ultimi e i penultimi ordini imposti scorgo non lontano dall'indecenza una nuvola di paraffina e fumo di sigari condensato volare intorno a lampioni di umile ottone... il vocabolario concluse la sua spartizione equa dello scibile insolvendo però la sua origine di continuatore e divulgatore di un immeritata sapienza. 




...Puoi anche scrivere a matita ma se non hai una gomma per cancellare il segno resta lo stesso..

giovedì 16 settembre 2010

Se una notte di fine estate un viaggiatore - Parte 2

Vagare non era mai stato il nostro forte. A un certo punto arrivarono per portarci via, ma noi non avevamo decisamente voglia di sorbirci di nuovo tutta una serie di ramanzine accondiscendenti sul ruolo nel moderno delle lavate di capo. Allora io mi infilai in un vicolo composto dai pavimenti dei palazzi soprastanti. In vicolo che in foto era un posto bellissimo. Però non c'era nessuno. Nelle foto quando non c'è nessuno i posti sono plasticamente più belli. Nella realtà quando non c'è nessuno i posti sono plasticamente più vuoti. Percorsi le scale in discesa. In cima c'era un piatto abbandonato da un pezzo di torta. Nel piatto c'era rimasta una ciliegia glassata. Ho tirato avanti mentre ripensavo alla bellezza dei reduci, e all'interdizione suscitata dai sussulti. Nessuno sembrava curarsi del piatto e un venditore di rose finiva per calpestarlo innocentemente. Le premesse conclusive furono tratte senza troppi preamboli, raccolsi il piatto e lo buttai nell'indifferenziata. Sopra c'era spiaccicato un petalo rosso. L'ombra si girò per farmi i complimenti e soggiunse che al giorno d'oggi è raro vedere un gesto intriso di sommessa euforia combinato con un clima di disaccordo estatico.  Tutto questo solo perché sorridevo grattandomi la guancia. La prossima volta mi gratto la fronte voglio vedere cosa ci trova da ridire. Però magari era un complimento. La prossima volta sono più cauto e mi riprometto di detestare solo i gradini sbeccati. Oggi stranamente ci ho messo anche qualche azione. Domani inserisco anche delle descrizioni verosimili dell'abbigliamento.  Non sarebbe una cattiva idea immaginarsi come assorbiti dal tempo. Spenti d'entusiasmo a raccattare le favole della notte per differenziarle dalla beata turpitudine di complessi autoindotti. Magari lo guardo perché sono convinto che solo in questo modo lui possa vedermi. Come gli orsi. No, forse gli orsi ti credono morto se ti stendi. C'era un qualche racconto sul libro delle elementari. Magari avrebbero dovuto aggiungere il suggerimento "non provatelo a casa. E neanche nei parchi comunali"  io comunque mi sono sdraiato per terra, così quando è arrivato il camioncino lampeggiante della nettezza ha fatto finta di vedermi e ha semplicemente virato a sinistra, a consolare un gruppo di cartoni della pizza, unti e sbriciolati. Passato il pericolo mi sono ricordato che magari era il caso di tornare a fare ciò che stavo facendo. Dormire.

Se una notte di fine estate un viaggiatore - Parte 1


Chi è che hai salutato? Non mi ricordo. Volevo prendere una sedia perché non avevo posto. Io vado a casa. Io vado a lavorare. Io vado a Roma. Che poi e tutta una storia silenziosa sulla consequenzialità dei bisogni. Ti pare che vado in giro a ed esibirmi coi pattini. Quello lo puoi tenere basta che ti ricordi di considerare il ritmo della svalutazione affettiva. Io non le rimetto a posto mai le stampelle. Anche se ho telefonato già da parecchio. Credo che a certi livelli un volto agitato comunichi molto meglio di un piatto di pomodori al ragù. Voglio smettere di indossare calzini nascosti. Con l'immaginazione può dipingere un canguro che striscia, non mi ricordo se i canguri sono quelli con una gobba sola. Se hanno due gobbe si chiamano nembiferi. L'ho ascoltato parlare per un po'  e alla fine ho dedotto che la sua alacrità poteva essere ricondotta all'uso eccessivo di tovaglioli. Non giustificare il tuo aspetto trasandato mostrando com'eri vestito sulla carta di identità, esibendo a gran voce il fatto che alla voce segni particolari l'impiegata dell'anagrafe abbia ben pensato di scriverci NESSUNO. Ti pare che mostro certe cose a un'impiegata mai vista e conosciuta. Però sarebbe stato utile. Io non ho mai visto nessuno scriverci. Forse solo quando avevano fretta di riconoscere il proprio sostanziale miglioramento interiore. Però l'importanza svalutava, insieme alla recessione del gruppo interiore timido che finiva per palesarsi con smottamenti del capo e regie improvvisate capeggiate dal gomito sinistro. Io voglio smettere di lanciare invettive contro i tavoli dei bar con una gamba sola, che si reggono ancorati con delle viti. E solo per quello. Anche loro hanno delle esigenze di stabilità. Io però invece di starmene fermo comincio a pensare che le docce fredde contengano un apporto calorico molto equilibrato e contundente. Se hai letto fino a qui non ti scoraggiare perché manca poco. Poi torno a dormire lo giuro. La musica ormai è un concetto palindromo, puoi ascoltarla quattro volte e non ti ricorderai mai l'evoluzione effettiva dei passaggi a ritroso della parte ritmica. Oggi avevo finito gli intervalli di silenzio. Allora mi sono rivolto all'omino che diffonde i comunicati stampa e gli ho chiesto gentilmente di rimandare a domani l'inesattezza dei contenuti di quel discorso circospetto e sbadato. Domani magari faccio la stessa cosa oppure metto dei pali coi manifesti Wanted. 

Studiare il rumore nelle trasmissioni radio


Fissare la stessa pagina per un ora la stessa riga incomprensibilmente vuota a eludere le promesse del mattino mentre i libri continuano ad essere venduti per merito del titolo e del disegno in quarta di copertina. Ho scritto sulle mie dita che era tardi, ho scritto sulle mie dita che la tua visione è solo un privilegio circostanziale capace unicamente di appiattire la tenace caducità di un invasione frontale. Alla fine hai scoperto che le bilance non si scompongono senza un motivo, anche se sarebbe decisamente comodo disturbare il loro lento equilibrio senza sporcarsi le mani di cera fredda. comincia col sostenere ogni tua irrequietezza con negazioni poco inverosimili e porta come esempio solo il tuo vissuto impersonale tinto di invenzioni magistralmente infondate. Termina riempiendo gli spazi, unendo spasmodicamente le costellazioni di una superficialità abissale. La ragazza che leggeva i libri per conoscere le persone incontrò un ragazzo che conosceva le persone per leggerci (in loro) dei libri, lei sbuffò, lui strinse le spalle. Lui non voleva rientrare in un canone, lei non voleva essere letta. 

Vedere uno scoiattolo basta per dire che ce ne sono due?

domenica 12 settembre 2010

A lungo mi coricai (non) di buon ora.

ohi. sempre qui a parlare di Proust, l'avessi letto almeno. e invece continui a citarlo. a volte il medium parola crolla. decisamente sconfitto dall'inesattezza delle congiunture condizionali. per stare tranquillo mantieniti sulla corsia esterna di una rotonda. sono situazioni cosi drastiche. rotture improvvise nell'ordine del traffico urbano. accadono ogni giorno mentre noi fissiamo beati la marmitta del nostro predecessore. ad altri. sono triste anche quando ho ragione. scrivi un bel discorso di trenta righe ma ricordati di non nominare, neanche da lontano, la parola "disfatta". non dovresti neanche pensarla. se neanche la pensi è decisamente perfetto. potrei anche esserne fiero. Freud avrebbe imbastito tutto un suo ragionamento sul funzionamento dei meccanismi di rimozione. Se servisse a scrivere un bellissimo libro giallo bacerei un cavallo. nella lezione di oggi impareremo a parlare di altro, continuando a parlare di ciò di cui tendenzialmente sentivamo il bisogno di parlare che in realtà alla luce di un ragionamento trasparentemente oculato si dimostra diverso di molto dall' "altro" sopracitato. come fare un dipinto sul breccino. no è una bella immagine ma non centra nulla. come fare un dipinto con dei ramoscelli su un foglio d'erba. foglio d'erba potevi anche risparmiartela. verde su verde poi. neanche si vedrebbe nulla. adesso compilo un modulo protocollato da consegnare all'ufficio reclami. ci scrivo giusto "perchè?" la sceneggiatura è stata gentilmente offerta da un certo Fellini. cancellate la parola "frustrato" dalla vostra mente. è solo un lapsus di minuti.

martedì 7 settembre 2010

Proust alle giostre leggere

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Precipitare nell’equilibrio, zittire i propri soliloqui con la devastante energia evocativa delle parole pronunciate dai saggi annusatori di esperienze placidamente camuffate in capoversi così lenti e placidamente lenti. E questo non è più il tempo delle passeggiate al parco. Al parco ci si va per correre, sciogliendo nei muscoli le esigenze di velocità e di mutamento. Occhi aperti o meno, cadremo lo stesso al termine del sentiero che si affaccia sul nulla. Perché è li che siamo spinti. A quel punto forse rimpiangeremo di non avere un sorriso ebete in corrispondenza dell’ultimo passo verso il precipizio. A quel punto forse proveremo a chiudere gli occhi, sbarrati dalla paura, spezzati dalla paura, disciolti nella paura. Non ci riuscirà di farlo per abitudine, e questo sarà il nostro merito. Il nostro unico vanto recondito urlato nella caduta, l’istante in cui le parole non trovano una bocca a fermarle, ma solo vento tiepido e succursali ironiche di splendore. Sapere che c’è un motivo non ci aiuta a trovarlo. Magari ci cadrà in testa un giorno o l’altro, magari svuotando la sacca di un aspirapolvere, in mezzo a uno starnuto a grattarsi con la mano la nuca, mentre osserviamo la parte di noi che muore giorno per giorno giacere indistinguibile dalle spoglie del mondo in perfetta armonia, magari nell’istante in cui i fuochi d’artificio si confondono con le stelle e la cupa esplosione del tuono con la loro leggera espansione e caduta invano a cercarne i resti in caduta che si spengono nello scherno della volta celeste immutata. Sapere che si chiama Godot renderà solo più inconsapevole la mia attesa. E mi hanno anche rubato una scarpa. Ho cambiato idea, senza cambiare mente. No, gli inglesi non sono capaci. Da oggi scivolo più spesso, da quando ho smesso di controllare che le scarpe siano allacciate e ho iniziato semplicemente a domandarmi se lo fossero. Senza abbassare lo sguardo però, la realtà il respiro di quello che penso mescolato col racconto di qualcun altro. E quindi continuo a chiedermi se le mie scarpe siano allacciate o meno. E cado.

venerdì 3 settembre 2010

Il primo giovedì del mondo.

17bb

Il primo giovedì del mondo indossavo la mia maglietta preferita, quella degli eventi importanti, quella piena di buchi provocati da non so che cosa. Vintage. E un maglioncino di lana. Il primo giovedì del mondo ho pronunciato il mio nome con imbarazzo, perché era buio e molta gente stava a guardare. Una telecamera ha ripreso tutta la serata. La serata era dedicata alla follia creatrice. Un giorno esploderemo anche noi. Come secchi di vernice colorata. Fino ad allora subiremo i nostri blocchi emotivi, dannate incursioni del razionale, ditemi cosa c’è di banale. Datemi modo di distinguere quello che va fatto da quello che è già stato fatto. Cosa te ne fai poi della pazzia bruciata di un’individualità consunta, pensi che ci sia della bellezza in questo. Pensi che basti il veleno a sedare la banalità. L’armadietto bloccato si è semplicemente spalancato con noncuranza quando ho chiesto aiuto a qualcun altro. Dov’eri prima del primo giovedì del mondo. Avevo semplicemente dimenticato di portarmi dietro la borsa con i libri. Da bambino portavo sempre con me un libro, anche quando prendevo lezioni di guida. Il primo giovedì del mondo si aprivano spiragli di nulla e io li ignoravo spudoratamente, come promemoria sul telefonino. Finché non metti la cintura l’indicatore acustico continuerà ad assillarti con voce crescente, qui invece dopo un po’ si placano. Non condivido queste mie invasioni immotivate, e quest’approfondimento mediato. Se ho paura delle distanze faccio qualche passo in avanti, ma non mi ricordo neanche un nome, di tutte le mani strette, in nome di una vicinanza contestualmente celata. Un uomo trasformava migliaia di numeri in frasi bizzarre che sembravano uscite dalle mie considerazioni sconnesse:

“arruffando sentieri dai risvolti metallici risuonava come circospezione declamata
all’orizzonte di cartone che gli era stato imposto di ricordare”

La buccia della frutta non andrebbe mangiata, è li che le tossine vengono immagazzinate. Eppure aneliamo alla bellezza nella scorza, accontentandoci di un esteriorità porosa.

Voglio dei pensieri abbastanza profondi, che rendano anche la pelle splendida.

 

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giovedì 2 settembre 2010

Invettiva toponomastica


sono stufo.
stufo dei passi in soffitta alle quattro di notte a lanciarci il cuscino contro, per non disturbare gli altri, colpire il lampadario che ondeggiava già e cercare le scarpe a tentoni sul lato sbagliato del letto.
stufo di ascoltare la lavatrice rotta utile solamente ad appoggiarci i detersivi e l'accappatoio umido.
stufo della gente che si soffia il naso nei fazzoletti, perchè io non sono capace.
stufo delle rime baciate e un po' meno di quelle concatenate.
sono stufo di chi indossa i calzini di due colori differenti e poi prentende anche di avere l'alito buono
dei tasti scambiati sulle macchine da scrivere che riempono le mie poesie di v doppie inutili
degli spacciatori ai lati delle scalette che sembrano volerti imboccare a forza
di scordarmi ogni giorno di ricomprare il dentifricio e aprirlo con le forbici per cercare cioò che è rimasto
della solita gente ma con facce diverse, della gente diversa ma con gli stessi nomi, degli stessi nomi con diverse implicazioni psicosomatiche, delle implicazioni psicosomatiche proiettate in innamoramenti continui di capelli corti neri, dei capelli corti neri tagliati ancora più corti per l'arrivo della nuova stagione, della nuova splendida stagione che prospetta di essere narrata abbondantemente, delle narrazioni abbondanti che sfociano in mesmerismi ambulanti, dei mesmerismi ambulanti che ingnoro proprio cosa volessi dire, di quello che voglio dire che molto spesso è indice di dissociazione interiore, della dissociazione interiore abbondantemente studiata da sigmun freud e da carl gustav jung, di carl gustav jung che era quello degli archetipi, degli archetipi ricorrenti come del resto i topos, dei topos dellle canzoni degli aftehours, delle canzoni degli afterhours che ogni tanto ne esce fuori una nuova che ignoravo completamente, delle cose che ignoro completamente e di quelle che invece capisco troppo bene non capendole affatto, di quello che non capisco affatto perchè forse la soluzione non è in quello ma nella faccia, nella faccia ogni mattina allo specchio diversa come se fossero passati anni al risveglio, degli anni del risveglio quelli in cui ho preso coscenza di me stesso, della coscenza di me stesso la stessa che mi attira negli altri, degli altri che per Sartre sono l'inferno, dell'inferno del nulla interiore e posteriore, dell'interiorità posteriore che si ammira solo girandoci intorno, da chi ci gira intorno senza guardarti e si segna i pregiudizi su un blocco notes, dei blocco notes ideali quelli per prenderci una marea di appunti belli da rileggere e da ripassare, dei ripassi in biblioteca coi libri di poesia davanti, dei libri di poesia che non riesco a cogliere del tutto nella profondità, della profondità in cui cerchiamo il senso, del senso degli incidenti autostadali con la solita gente, della solita gente ma con facce diverse, della gente diversa ma con gli stessi nomi...

stufo dei loop infiniti.

mercoledì 1 settembre 2010

Riempire un vecchio libretto delle assenze con scuse inventate.

karl-marx

Maledetto. Donna con gli occhi che non mi ricordo. E la voce piccola. Azzurro. Non c’è nessuna logicità in questo. Però la pelle mi pesa, potrebbe scivolare semplicemente da un momento all’altro, cade verso il basso. Prima o poi avrò le rughe. E la pelle cadente. Intanto osservo gli altri invecchiare. Con le loro giacche di pelle e i loro completi eleganti. Io sono con la barba di Marx, potrei sembrare vecchio. I sottotitoli in ritardo rispetto alla voce, la voce in ritardo rispetto alle labbra, le labbra inzeppate di pensieri a pressarsi in fondo all’uscita.  In ogni caso andiamo avanti, qualcosa da rubare c’è sempre, prendi tutto tu. Di queste assenze rimandate all’autunno. La confezione di posate di plastica prendila tu, io bado alla sovversione. Forse decolleremo in banali vortici di disattenzioni. I bracciali che porto al polso rimangono finché non si slacciano la prima volta, dopo non li ho più visti. Se fosse un incontro qualunque, al supermercato, fingerei di cercare il dentifricio al reparto surgelati, osserverei la tua mano ritirarsi dal freddo dello scaffale, ruvida di condensa. Come impedirlo. Assumi l’atteggiamento scialbo di un venditore di orologi. Lui non si accorge di vendere il tempo. Altrimenti cerchiamo un locale più grande. Per acquisire maggiore visibilità. Io non l’affronto, io l’ultima volta che mi hanno chiesto il nome l’ho letto sulla carta d’identità, io sono fuggito senza preavviso verso un manto di scale che non ho neanche avuto il coraggio di salire. Come I pupazzi dei parchi giochi quando fanno finta di tapparsi gli occhi con le mani. e in realtà gli occhi gli occhi ce li hanno all’altezza della bocca. Nausea come rigetto di qualcosa che si agita da dentro. Oppure. Nausea come rifiuto di qualcosa al di fuori di noi. Cosa c’è di speciale nel primo giorno del mese, non ho neanche un calendario da strappare. Però quest’aria l’adoro.  Dovremo imparare dai parcheggi inventati, quando si ha fretta di sistemarsi, quando ci spingiamo al limite dello scontro per renderci consapevoli, e sistemarci I capelli dietro alle orecchie. Tutto nello stesso specchio. Da quale tassello di diversità proviene questo rancore, da quale altro l’astio per le convenzioni, per la banalità. io il telefono lo lascio squillare indifferente.  io forse degli altri odio soltanto gli stessi difetti che ho io.

quando sarai grande non dare mai confidenza agli sconosciuti, al massimo donagli qualcosa di te.

lunedì 23 agosto 2010

Regalare una matita a chi ne ha più bisogno di te


I film di Bertolucci perdono colore , è che il Technicolor è una via di mezzo fra l’arte del bianco e nero e la realtà. Mi sono ricordato che al cinema i passi si sentono molto più nitidamente, al cinema i passi hanno un suono particolare, il suono ti cammina sulla sedia, le scalinate hanno luci blu, come l’appartamento acceso al quinto piano. Sarebbe bello forse, che i condomini fossero in qualche modo comunità, mini-villaggi, in due anni ci sono persone che ancora non ho mai incontrato. In questo momento magari dormono proprio sotto di me. Hanno appena cambiato braccio sotto al cuscino. Forse è pure autodifesa, come quando si dice “non ti fidanzare con una compagna di classe che poi devi vedertela tutti i giorni anche se rompete”, forse siamo condannati alla distanza, vivere così vicini con coscienza dell’altro ci distruggerebbe, quindi chiusura pressoché totale. Disillusione. E’ che mi piacerebbe citofonare alla vicina per il sale. invece dagli ingressi, rimasti aperti per disattenzione appare sempre lo stesso termosifone con mensola porta telefono, o un quadro.

Suonano solo i venditori, io li osservo dal videocitofono mentre tentano di approcciare col primo che gli apra il portone, un giorno hanno bussato, due ragazzi



- scusate sono in accappatoio
- non è un problema abbiamo delle offerte troppo vantaggiose
- allora li ho fatti entrare, solo per cortesia, gli preparo the aromatizzato
- lei telefona molto?
- veramente è un periodo un po’ di isolamento, preferirei non vedere gente
- allora guardi c’è questo piano telefonico per cui meno telefona, più si autoricarica, ha presente la pubblicità del tizio depresso disteso sul letto, che però riceve ogni giorno 5 euro di traffico bonus e quando gli arriva il messaggio di accredito è felice, vorrebbe chiamare il suo migliore amico, però così facendo ha paura di perdere il bonus del giorno successivo, allora come l’asino di nonmiricordochi disperato si tormenta nella frustrazione e finisce per darsi al cibo (segue pubblicità ammiccante di Actimel)
- no sa, in realtà non vedo molta televisione ultimamente, e poi sinceramente mi secca che le uniche persone del palazzo che mi cercano, lo facciano per propinarmi qualcosa da comprare, non vi sembra un po’ invasivo piombare sulle porte, di sconosciuti, vederne l’ingresso DA VICINO, magari se si è fortunati anche un pezzetto di cucina.

Dovrebbe funzionare come per la nostra interiorità: uno spazio aperto a tutti, libero e condiviso. Un altro spazio chiuso dedicato solo a se stessi.È che forse è una trovata commerciale, averci il proprio mondo tutto dentro lo stesso palazzo, ridurrebbe le spese, gli spostamenti, gli acquisti, allora il dio della discordia una volta intascato il suo assegno da una lobby molto potente finì per separare quello che un muro di cartongesso semplicemente poteva solo ovattare.
A notte inoltrata davanti alla luce blu del quinto piano c’era una sagoma affacciata, chissà che strane idee si sarà fatto dopo tutte le volte che sono ritornato in macchina. Ogni volta mi dimenticavo qualcosa. Chissà che strana idea mi sarò fatto io a vederlo a quell’ora, della notte, con quella sagoma scura. In un'altra vita c’avrei scambiato qualche parola, avremo fatto dei discorsi esistenziali, parlato dell’insonnia, e del dormire troppo.

Una ragazza polacca ha preso tutti i miei fogli bianchi, però ha promesso che un giorno mi farà un ritratto.

venerdì 20 agosto 2010

Svuotare i cassetti per combattere la polvere



Il commesso del locale notturno era senza voce,  signori una matita ce l’avete? non mi risulta che abbiate l’esigenza di sedervi e andar via, questo è il sistema, degli alberi lontani intonano l’aria del minatore, le novità, “eccole” il giornale è steso sul tavolo, capovolto. Alle lampadine fulminate è concesso qualche secondo di esplosione controllata prima di congedarsi, noi poi rimaniamo indecisi sulla giusta posizione dell’interruttore nell’impossibilità di valutare un’azione fino al momento in cui non si verifichi una qualche reazione. All’ultima bottiglia raccontava di aver conosciuto persone che si nutrivano solo di cibo non cotto, popolazioni che discorrevano utilizzando esclusivamente proposizioni semplici scandite da silenzi sincronizzati, tipi bizzarri capaci di innamorarsi solo di chi gli passava davanti e altri capaci di  scrivere solo quando si trovavano una penna in mano. “Se si ignora l’oggetto della ricerca ogni azione rimane fine a se stessa, ogni identità si perde nella propria doverosa idiozia”  il sudore e la forza di volontà un bel giorno decisero di prendersela con l’insoddisfazione, semplicemente per trovare un nemico comune e infine incendiarono nell’indifferenza al termine di quella giornata spesso inutile, trascorsa a fronteggiare lo sporco e l’inerzia, di sedia in sedia, di torpore in vuoto, chiudersi in un barattolo dipinto con un ricordo d’infanzia in modo che donandolo si condivida la propria essenza. Questo locale è adibito alla lettura distratta, noi ci teniamo i ventilatori spenti per ascoltare i discorsi dei terrazzi mentre ci passiamo il pollice avanti e indietro sulle labbra per supplicare la mancanza di un contatto, per condannare l’ambiguità della distanza. La prossima volta quando trovi una freccia, invece di seguirla cancellala, il ruolo di certe indicazioni precise non è stato ancora comprovato dai migliori dermatologi. C’è un processo sociale per cui quando uno trova qualcosa che sembra andar bene per se, allora pretende che vada bene anche agli altri. Tenetevi i vostri amati pantaloni a tre quarti, se e quando vorrò troverò un modo per tagliarli, e saranno della mia misura, non tutti hanno le caviglie adatte, io per esempio uso gli occhiali da sole solamente per guidare perché mi mancano le mattine dei risvegli, a correre di fuori con gli occhi impastati, negli attimi in cui ci si abitua alla luce e tutto è sottoesposto. La profondità va coltivata in silenzio,di notte, magari un giorno poi inviti qualcuno a scendere, quando il rischio frane è sotto-controllo, magari gli fai indossare un paio d’occhiali da sole, per protezione, per la TUA protezione, i muri fatti solo da sassi grandi non reggono, in mezzo devi farci scivolare i pezzi più piccoli, niente cemento, i muri sono pregiudizi momentanei. Chi ha detto che stava cercando? Potrebbe sottolineare il suo nome sull’elenco telefonico così sarà più semplice ritrovarsi alla fine della chiamata? È inutile che soffi sulle margherite, i petali non volano via, forse un paio, per compiacenza, contali.

lunedì 16 agosto 2010

L'importanza di dedicare le proprie parole a uno sceneggiatore



ti ho conosciuta un giorno che la porta era chiusa male, scale a dirimpetto a scivolare in alto, verso una soffita dalla luce incondominialmente accesa a un'ora improponibile del buio, noi freschi d'ignoranza circondavamo i nostri discorsi con intercalari lunghi più di tutti i concetti sensati ed espressi. un giorno ci alzeremo e sarà tutto incontrollabile, srotoleremo le serrande per svegliarci all'alba, le faremo a pezzi, che non si alzino più in piedi, relegate in un angolo a ricordarci inusuali il nostro antico bisogno di oblio, un giorno ci alzeremo accompagnati dalle parole di una poesia del risveglio,splendida e nuova, ripeterla come un mantra di buoni propositi e di prese di posizione, assunzioni di coscenza piena e risoluta, tutto questo prima dell'inizio, generatrice  e complice delle menti che impunemente cancellano o sfogliano le pagine troppo velocemente. un giorno correremo fra i quadri di un museo immenso, in una scia di immagini prive di alcuna elaborazione, solo per rivivere una sfida iniziata qualche anno prima in un film, con le risate a distruggere il senso di inadeguatezza e i lacci stretti a dimenticare qualche paura. sei come conoscere un film dai titoli di coda e poi nascondersi dietro qualche tenda rossa per sfuggire ai guardiani con le torce e i rimasugli di biglietti obliterati nelle tasche ad aspettare la proiezione successiva e finalmente occupare un posto a caso e assisterla dal principio. come sfogliare un libro e soffermarsi a leggere solo le note a pie di pagina, o gli appunti a matita di chi lo possedeva prima di te. 
il segreto della velocità ci rende padroni del tempo, svincolati dal peso delle occasioni perse e dalle altre scatole piene lettere accartocciate e poi riscritte in bella copia, non metterò a posto i cassetti, non oggi. non scriverò un apologia della noia, come sintomo, sincope e dannazione, qualche riga su un post-it giallo per rimandarla al giorno in cui sarò più interessante. Il senso di serenità dato dal rimandare forse è solo un appiglio come un altro, un'impostura, una trappola.

giovedì 12 agosto 2010

Non ho tempo di mettere un titolo



quando lei arrivò indossava un orecchino a forma di occhiali da sole
l'altro era un mattoncino della lego. lui che aveva capito abbassò lo sguardo
giusto un paio di giorni. i suoi capelli erano cresciuti ma era stato l'unico ad accorgersene
ricordava il giorno in cui le avevano rubato il naso, una zia di secondo grado
con la disinvoltura maldestra di un cameriere dopo il primo giorno di paga
lei non aveva versato una lacrima ma da allora, prima di dormire
contava i nei sulle sue guance per impedire al suo viso di cambiare ancora
seduto sul bordo del letto sembrava domandare alle sue scarpe "cosa stiamo cercando"
e usava le stesse vecchie parole limitandosi a dar loro un significato diverso
risalendo nell'acqua gelida con una mano si teneva il naso
con l'altra aspettava di toccare la superficie, si ricordò di quando lei gli aveva insegnato
che esistono diverse sfumature del nero, che in fondo corrispondono a diversi modi di guardarlo
lui prima pensava che il nero fosse assenza di sfumature, allora lasciò che la sveglia suonasse
riempendo l'aria di irritazione confusa. quel giorno non si sarebbe riaddormentato
nell'ultima scena del film la serranda abbasandosi sui presenti disegnava delle sbarre
le avrebbe chiesto se fosse stata una specie di metafora della condanna
lei lo sapeva.